Torniamo verso un mondo multipolare?

Se con Putin in Siria si apre una «nuova» era

L’intervento di Putin in Siria potrebbe rivelarsi un «terremoto» per gli odierni equilibri della comunità internazionale e per il modus operandi dell’Onu. Stiamo entrando in una nuova era, in parte simile a quella pre-1991?

MOSCA – Che Vladimir Putin, con il suo intervento in Siria a fianco di Bashar al Assad, abbia letteralmente scombussolato gli equilibri geopolitici della comunità internazionale lo si era da tempo capito. Che poi, sul piano della politica estera, abbia inflitto un evidente «scacco matto» al suo rivale Barack Obama è ammesso dagli analisti di (quasi) tutto il mondo (spesso anche americani). Ciò che forse vale la pena sottolineare, però, sono le conseguenze che questo «terremoto» potrà avere sulle Nazioni Unite e sulle loro pratiche di azione. Perché ora che la Russia sta riacquistando prepotentemente peso, c’è da scommettere che qualcosa, nell’operato della comunità internazionale, dovrà modificarsi. Secondo Claudio Moffa, professore ordinario di Storia ed Istituzioni dei Paesi afroasiatici presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Teramo, potremmo essere di fronte a una vera e propria «svolta storica»: perché il mondo comincia ad assomigliare sempre di più al periodo pre-1991, prima che la fine della Guerra fredda e il crollo del muro incoronassero l’America a unica superpotenza in grado di decidere le sorti dell’intero pianeta. Per comprendere meglio ciò di cui si parla, è necessario compiere un passo indietro.

L’Onu prima del 1991
Dal 1945 fino al crollo dell’Urss, il modus operandi delle Nazioni Unite era quello di agire in aiuto a governi centrali e legittimi, o farsi forza di interposizione tra Stati in conflitto. A dimostrarlo, spiccano diverse risoluzioni risalenti a quel periodo: nel caso del Kashmir, del Congo, della Guinea e in molti altri ancora, la preoccupazione principale dell’Onu non era quella di attuare una «ingerenza» di tipo umanitario, ma di intervenire a tutela dello Stato sovrano. In pratica, se le rivolte in Libia o in Siria, per assurdo, fossero scoppiate 70 anni fa, l’intervento della comunità internazionale non sarebbe stato volto, come accade oggi,a sostenerle, ma ad aiutare l’autorità centrale a mantenere il controllo dello Stato, rispettandone la sovranità. Una serie di obiezioni si possono aprire: è meglio, si chiederà qualcuno, difendere dittatori e governanti poco illuminati per evitare il collasso di intere regioni, o sostenere il desiderio di libertà, cambiamento e (a volte) democrazia di popoli oppressi? La «Domanda delle Domande», questa, a cui è sommamente difficile dare una risposta. Tuttavia, tenendo rigorosamente separati il piano etico-ideologico a quello più pragmatico, la Libia e la Siria possono dare un’idea di quanto fomentare le divisioni senza avere un serio piano per il «dopo» possa avere conseguenze catastrofiche.

Dopo il ’91, parola d’ordine: ingerenza
Dal collasso dell’Unione sovietica in poi, si è invece assistito a un progressivo «sfondamento del concetto di sovranità e integrità» degli Stati: dall’applicazione del diritto di autodecisione conferito a parti di Stati membri (vedi la Jugoslavia), al dilagare delle sanzioni, all’istituzione di no-fly zone a difesa di minoranze in lotta contro Stati centrali, fino addirittura all’intervento armato contro Stati che avessero violato il principio della «responsabilità di proteggere». Il tutto, naturalmente, corredato da una buona dose di «selettività» nell’applicazione di tali linee guida. Spesso, si sono istituiti tribunali ad hoc e organismi giudiziari capaci di incriminare interi governi (si pensi al caso del Ruanda). Insomma: il modus operandi delle Nazioni Unite, rispetto al periodo pre-’91, è stato completamente stravolto, volgendosi sempre di più verso un supposto diritto di «ingerenza umanitaria» – che poi, in alcuni casi, ha fatto più danni che altro –.

Ritorno al passato, o nuova era?
Naturalmente, non s'intende legittimare l’operato di certi governi e Stati, che in molti casi si sono resi responsabili di veri e propri crimini nei confronti di minoranze e parti del proprio popolo (interessante constatare, però, la selettività dell’impegno dell’Onu, che, a fronte di determinati interventi, ha deliberatamente ignorato altre situazioni). Non s'intende nemmeno santificare la figura di Bashar al Assad, che rimane controversa e certamente discutibile. Rimane però da osservare come le pratiche di ingerenza messe in atto negli ultimi tempi (e non solo) abbiano spesso aggiunto caos al caos, e come l’intervento di Putin in Siria stia segnando invece una potenziale inversione di tendenza. Tale intervento, accompagnandosi ad altri eventi di portata storica (l’accordo sul nucleare con Teheran, la formazione di un polo finanziario internazionale che fa a capo alla Cina, l’alleanza di Putin con Iraq e Iran), sta mettendo seriamente in discussione la visione del mondo unilaterale affermatasi dopo la Guerra fredda, aprendone una decisamente più multipolare. Come osserva Moffa, non è detto che ciò si realizzi, e si realizzi in tempi brevi. Eppure, senza rendercene conto, stiamo assistendo a una svolta storica nel quadro della geopolitica e delle relazioni internazionali. Una svolta che è in parte un ritorno al passato, una novella Guerra fredda sulla quale ci stiamo affacciando, ma con nuovi equilibri e un’inedita multipolarità. Diremo presto addio alla «strapotenza» degli States?