15 settembre 2019
Aggiornato 20:00
Tornado italiani pronti a bombardare l'Isis in Iraq

La (non) strategia di Matteo Renzi tra Iraq, Siria e Libia

Nonostante la dichiarata contrarietà a «interventi spot» annunciata per la Siria, il premier ha affermato la disponibilità italiana a bombardare l'Isis in Iraq insieme alla coalizione guidata da Washington. Mentre la Libia versa ancora nel caos, quali sono i motivi e rischi di tale scelta?

Matteo Renzi, Presidente del Consiglio
Matteo Renzi, Presidente del Consiglio ANSA

ROMA - Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, era stato molto chiaro: a differenza della Francia, che aveva iniziato a condurre bombardamenti contro l'Isis in Siria, l'Italia era contraria a «blitz e raid» svincolati da una «strategia complessiva che comprende tutti». In pratica, niente iniziative spot, improvvisate, sullo stile Libia 2011: in quel caso, all'intervento armato non fece seguito nessuna azione politica della comunità internazionale, e oggi ne paghiamo le conseguenze. Eppure - notizia dell'ultima ora - in Iraq i Tornado italiani sarebbero pronti a svolgere azioni di bombardamento contro l'Isis di comune accordo con il comando americano. Una novità che ha lasciato un po' tutti spiazzati: un po' perché dalla Grande Mela il premier non ha annunciato esplicitamente nulla del genere, concentrandosi invece su Siria e Libia, un po' perché quel discorso sulle «iniziative spot» sembrava spiegare la direzione che la politica estera italiana avrebbe preso in Medio Oriente.

Questione di alleanze

Invece, per Renzi la situazione in Iraq e quella in Siria sono molto diverse: perché nel primo caso l'intervento, voluto dalla coalizione di 60 Paesi guidata dagli Stati Uniti, è «richiesto» dal governo del Paese; nel secondo, invece, l'eventuale presenza italiana si scontrerebbe con i vincoli imposti dalla Costituzione alle nostre forze armate, in quanto il governo di Bashar al Assad non ci ha chiesto nulla. Una differenza sostanziale, senza dubbio, che però non mette a tacere alcune questioni più generali a proposito della strategia tenuta in politica estera dal governo. Una strategia che può apparire, almeno a prima vista, «caotica»: perché, se la questione della legittimità costituzionale dell'intervento non è di poco conto, d'altra parte una così netta differenziazione dell'impegno italiano contro lo Stato islamico in Siria da un lato e in Iraq dall'altro risulta in ogni caso curioso. Lo è di meno, se si considera quest'ultima missione nell'ottica dell'alleanza con gli Usa: non a caso, scrive il Sole24Ore, «far filtrare oggi la notizia di un maggior impegno dei Tornado (solo sugli obiettivi Isis in Iraq) risponde evidentemente all'esigenza di mostrarsi pronti ad esaudire eventuali richieste da parte americana ancor prima che l'amministrazione Usa ne faccia esplicita richiesta e allontanare il sospetto che l'Italia sia troppo appiattita sulle decisioni Usa». In pratica, però, mentre l'alleato americano in Siria latita e la Russia avanza pericolosamente, l'interventismo italiano in Iraq palesa la nostra disponibilità di fedeli alleati di Washington anche sul piano militare, disponibilità che potrebbe deporre a favore della candidatura italiana come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza Onu. Contemporaneamente, il tentativo sarebbe stato quello di rivelare un poco alla volta all'opinione pubblica italiana i dettagli di questa «maggiore operatività», per non creare eccessivo allarme.

In Siria, indecisione

Così, mentre in Siria le due coalizioni attive (Assad-Iran-Russia-Hezbollah-Iraq da un lato e Usa-Stati del Golfo dall'altro), reciprocamente antagoniste, preparano il terreno per ciò che seguirà alla definitiva sconfitta dei jihadisti e scelgono ciascuna la propria priorità (chi sconfiggere i terroristi e chi abbattere il «tiranno»), come ben nota Limes l'Italia non ha ancora individuato la propria. Lo dimostra la «diplomatica» posizione di Matteo Renzi, che tenta di barcamenarsi tra Putin e Obama. All'ex premier Romano Prodi, che sollecitava un impegno di Obama a fianco di Putin contro l'Is, Renzi ha infatti risposto: «Non sarà semplicemente aiutando Assad che bloccheremo l’Is. Né considerandolo l’unico problema come fanno in modo altrettanto banale altri». Se l'analisi può essere per certi versi condivisibile, d'altra parte la situazione in Siria di certo non sarà risolvibile finchè le potenze non sceglieranno senza ombra di dubbio la propria priorità.

In Libia, esitazione

Altra osservazione: se l'Italia, in politica estera, deve avere una «priorità», questa dovrebbe riguardare innanzitutto la sua stretta sfera geopolitica, con particolare riferimento alla situazione libica. Lo stesso premier Renzi, nel suo discorso all'Onu, ha candidato il Belpaese a un ruolo di primo piano in una eventuale missione di stabilizzazione del Paese in caso di raggiungimento di un accordo tra le parti. Di certo, però, la sostituzione dell'inviato speciale Onu in Libia Bernardino Leon con il tedesco Martin Kobler non è un particolare di poco conto: da un lato, perché la sostituzione di Leon prima del raggiungimento di un'intesa può diventare controproducente; dall'altro, perché l'Italia ha mancato l'opportunità di indicare un proprio nome alternativo, quando invece aspira ad assumere un ruolo di primo piano nella missione.

In Iraq, disponibilità (non senza rischi)

Infine, anche se l'intervento in Iraq è legittimato dal governo locale, ciò non esclude il rischio che il risultato finale sia quello visto già troppe volte nella regione: una destabilizzazione generale, non accompagnata da una forte visione politica su come ricostruire una statualità erosa dall'Isis. In sostanza, il rischio è che anche in Iraq si verifichi una «seconda Libia», specialmente se le azioni militari rimarranno «spot» e non saranno affiancate da una seria campagna «on the boots» guidata dagli Usa con una presenza costante sul territorio. Prospettiva che sarebbe bene scongiurare con decisione.