9 dicembre 2019
Aggiornato 14:00
Da una provocazione del primo ministro slovacco

Rifugiati, se la crisi è anche il frutto delle scellerate politiche di Usa e Ue

Si sente parlare continuamente delle conseguenze della crisi migratoria in atto, ma mai delle sue cause. E quelle più profonde interpellano gli Usa e l'Occidente direttamente...

ROMA – Rifugiati: è questa la parola che, ormai da mesi, martella i notiziari e, insieme con essi, le nostre coscienze, descrivendo una crisi mai vista dalla Seconda Guerra Mondiale in poi. Una crisi che ha obbligato, per la prima volta, l’Europa a considerare la questione unitariamente, anche se molti passi sono ancora da fare perché questo obiettivo venga effettivamente raggiunto. Eppure, siamo tanto assuefatti a sentir parlare del problema da non essere in grado, invece, di riflettere sulle sue cause più profonde. Cause che i leader mondiali si guardano bene dal considerare, perché, in fondo, li coglierebbero in prima persona responsabili.

Paura della verità
E’ questa, pressappoco, l’accusa che giunge dal premier della Slovacchia Robert Fico, avanzata a una tv locale e riportata da Sputnik. Secondo il primo ministro slovacco, infatti, l’Unione ancora fatica a convocare un vertice straordinario sulla crisi dei rifugiati perché avrebbe «paura della verità alla base della sua origine». «Non vogliono dire che ci sono Paesi della UE che sostengono la guerra civile in Siria, da cui proviene la gran parte dei migranti. Il vertice non si vuole convocare perché si sarebbe sentita la verità sui caccia italiani, francesi e spagnoli che hanno bombardato la Libia», ha dichiarato piccatamente Fico.

L’ossessione americana per il «regime change»
Può sembrare una provocazione, ma queste parole fanno riflettere. Perché molti dei profughi che oggi vengono a bussare alle nostre porte sono le «vittime» di quella politica che Thalif Deen, firma dell’Inter Press Agency, definisce del «regime change», cioè del cambiamento di regime: si pensi a Iraq, Afghanistan, Libia e Siria. Gli Stati Uniti sono direttamente coinvolti negli stravolgimenti che hanno interessato l’Afghanistan nel 2001 e l’Iraq nel 2003, e oggi sostengono i ribelli che lottano per l’abbattimento del regime di Assad. Ma gli Usa hanno anche ricevuto un forte sostegno militare da parte di Paesi quali la Germania, la Gran Bretagna, la Francia e l’Italia, mentre la no-fly zone eretta contro Gheddafi fu – ce lo ricordiamo tutti – un’iniziativa anglofrancese a cui il Belpaese si accodò rocambolescamente e in fretta e furia.

Corresponsabilità e coscienza
Naturalmente, non per tutti i fronti di crisi si possono individuare tali responsabilità occidentali: si pensi alle condizioni ambientali e climatiche che costringono tanti africani a lasciare le proprie terre, o ai terribili regimi dittatoriali su cui poco si concentra la stampa mainstream. Eppure, talvolta anche in questi ultimi casi non possiamo dirci del tutto innocenti:  pensiamo all’Eritrea, dove gli aiuti al Paese concessi dall’Ue e non condizionati al rispetto dei diritti umani appaiono come un sostegno al regime. Non solo: qualche mese fa, uno scoop di The Guardian (riportato anche da noi) rivelava come alcuni Paesi (tra cui il nostro) stessero stringendo accordi con il sanguinario regime di Addis Abeba per limitare i flussi di profughi. Un altro esempio? L’embargo internazionale imposto alla Siria ricade necessariamente sulla popolazione, già prostrata da quattro anni di guerra, e non può che peggiorare la crisi che sta spingendo alla fuga tante persone. Su questa linea, si possono annoverare anche i tanti debiti che abbiamo con l’Africa, e che risalgono alla mai davvero conclusa epoca coloniale. Ben a ragione, dunque, il saggio vecchio popolare sostiene che «Chi semina vento, raccoglie tempesta». Oggi, a ricordarcelo, c’è quella «tempesta» di rifugiati, rispetto ai quali, anche accogliendoli, difficilmente potremo lavarci del tutto la coscienza.