19 settembre 2019
Aggiornato 17:00
Accusiamo la Russia di violazione del diritto internazionale. E l'Ovest?

Non solo Crimea. La pagliuzza nell’occhio della Russia e la trave in quello dell’Occidente

Quante volte abbiamo sentito dire che l'annessione della Crimea è avvenuta illegalmente? Sarà anche così, ma il pulpito dell'Occidente scricchiola. Perché in quanto a violazioni del diritto internazionale, l'Ovest è il massimo esperto in materia

MOSCA «Nel marzo 2014, la Russia ha annesso con la forza e illegalmente la penisola della Crimea dal territorio dell’Ucraina». Queste parole si leggono sul rapporto firmato da Atlantic Council e Freedom House del marzo 2015. Curioso, però, come per la Crimea si parli (magari anche legittimamente) di «violazione del diritto internazionale», mentre, per altri casi (in cui Mosca non c’entrava) interventi anche meno formalmente giustificabili vengano letti ufficialmente come legittimi.

Prima della Crimea, tanti casi... occidentali
E’ vero che in Crimea il referendum è stato organizzato in fretta e furia nell’arco di due settimane. Eppure, nel caso del Kosovo il voto non c’è stato nemmeno, così come in occasione dell’annessione della Repubblica democratica tedesca all’Ovest. Pensiamo a Israele, che per anni ha continuato ad annettersi indiscriminatamente territori palestinesi senza l’evidente biasimo dall’alleato occidentale. O ancora la Jugoslavia: il 24 marzo 1999 un gruppo di Stati della Nato deliberarono l’intervento in assenza di una qualsiasi decisione, raccomandazione o autorizzazione delle Nazioni Unite. Un’azione che viola la Carta ONU, visto il divieto dell'uso della forza previsto dall’articolo 2, e visto che non si è trattato di legittima difesa. Violati anche il Trattato istitutivo della NATO, che prevede l'obbligo di astenersi dall'uso della forza in qualsiasi maniera incompatibile con la Carta; violato, infine, l'impegno preso con l'Art. 5 del Trattato, che stabilisce il diritto-obbligo di agire in legittima difesa.

Le nostre responsabilità nel caos mediorientale e nordafricano
Ancora, si pensi all’Iraq: l’intervento è stato giustificato sulla base di sedicenti «armi chimiche» mai effettivamente trovate. Eppure allora, nonostante le perplessità europee, quell’America che oggi punta il dito contro la Russia era straordinariamente compatta. Anche l’azione in Libia nel 2011 fu giustificata solo con quella che Felix Stanevskiy, firma di Limes, chiama «un’interessata e irresponsabile interpretazione della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu 1973 (2011)». Addirittura l’attualissima missione contro i trafficanti, che prevede bombardamenti e distruzione dei barconi, non è così linda sotto il profilo del diritto internazionale: perché l’azione armata in acque territoriali altrui somiglia pericolosamente a un atto di aggressione, che, non a caso, ha bisogno del via libera del Consiglio di Sicurezza. Gli esempi, in ogni caso, si sprecano. L’ultimo in ordine di tempo è il bombardamento dello Yemen da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita (di cui fanno parte gli Usa), a cui è mancato il nulla osta del Consiglio di Sicurezza.

Parola d’ordine: aggressione
Tutto ruota intorno a quel termine sibillino, «aggressione», che, secondo l’Assemblea generale ONU (1974), comprende tra l’altro la violazione di frontiere internazionali con la minaccia o l’uso della forza, l’invasione, l’occupazione militare, l’annessione con la forza di territorio altrui, il bombardamento del territorio di un altro Stato, il blocco militare dei suoi porti o delle sue coste, l’organizzazione o il sostegno prestati da uno Stato a forze irregolari o a bande armate, in vista di incursioni o della partecipazione ad atti di guerra civile o ad atti di terrorismo. Tale casistica, prima che alla Russia, potrebbe facilmente riportare la memoria a tante azioni, apparentemente «legittime», compiute dall’Occidente. Che, in quanto a violazioni del diritto internazionale, non ha proprio nulla da invidiare a Mosca.