13 novembre 2019
Aggiornato 17:30
Una trappola fatta di bluff e astuta strategia massmediatica

Per l'Isis quelle vittime sono solo «trovate pubblicitarie a basso costo»

Gli attacchi di venerdì in Tunisia, Francia e Kuwait, per l'Isis, sono stati una trovata pubblicitaria, e pure a basso costo. E noi, ancora una volta, siamo caduti nella trappola. Perché anziché dare attenzione ai carnefici (assecondando la loro strategia), dovremmo darla (concretamente) alle vittime. Anche a quelle più lontane da noi

TUNISI – Trovate pubblicitarie. Può sembrare azzardato definire così i massacri perpetrati dall’Isis venerdì scorso in Tunisia, Francia e Kuwait, soprattutto considerando che sono costati la vita a numerosi innocenti. Eppure, per i jihadisti gli attentati sono stati proprio questo. Perché con questi barbari attacchi il sedicente Stato islamico ha ottenuto quello che voleva: balzare agli onori delle cronache di tutto il mondo.

Macabre trovate pubblicitarie a «basso costo»
Non solo. The Guardian parla di «trovate pubblicitarie a basso costo». Un costo di certo ce l’hanno avuto, ma non per l’Isis. I tre attentati non hanno pesato più di tanto sulle risorse dell’organizzazione, che può contare su gruppi affiliati e lupi solitari pronti ad abbracciare quasi «a gratis» la sua bandiera. In più, la spettacolarità della messinscena ha incollato milioni di persone di fronte agli schermi, innescando un ormai naturale meccanismo di «selezione»: grossa attenzione hanno avuto le vittime occidentali, sia che si trovassero sulle spiagge tunisine o stessero lavorando alla fabbrica di Lione, mentre ci è apparso infinitamente più distante il massacro perpetrato nelle moschee del Kuwait. Come si vede, l’Is è molto più esperta delle dinamiche della comunicazione di massa di quanto avremmo mai immaginato.

Quanta paura abbiamo per l’Is, quanta per la Grecia
Un’altra storia, nelle stesse ore, ci teneva incollati alla tv: il degenerare dei negoziati tra Grecia e Bruxelles. Michael White, giornalista di The Guardian, quasi si stupisce di come, su certa parte della stampa tra cui l’«asettico» Financial Times, la notizia degli attentati sia stata velocemente surclassata dalla crisi ellenica. Perché la possibilità che la Grecia esca dall’euro sarebbe il primo segnale incontrovertibile del fallimento dell’Europa, e costituirebbe un’opzione dolorosa: forse non tanto quanto un assassinio, almeno nel breve periodo, ma di certo molto dolorosa.

Facile simpatizzare per Atene, più difficile per la Tunisia
Ci appassiona di più il dramma della Grecia o quello della Tunisia? Entrambi Paesi mediterranei deboli – seppur per ragioni storiche diverse –, entrambi quasi totalmente sostentati dal turismo, entrambi bisognosi della nostra solidarietà: ma se la Grecia pare ottenerla facilmente, almeno a livello di opinione pubblica, la Tunisia sembra fare molta più fatica.

Troppa attenzione ai carnefici, poca alle vittime
Attenzione che invece ottiene facilmente lo Stato islamico grazie alle sue macabre «trovate pubblicitarie». Insomma, ça va sans dire: siamo caduti in pieno nel tranello. Per sconfiggere davvero l’Isis, dovremmo cercare di concentrare l’attenzione che ora diamo alle sue barbarie a quella maggioranza di musulmani che non condividono le sue deliranti visioni: dovremmo condividere il dolore della Tunisia  che cammina traballante verso un processo democratico, e quello del Kuwait colpito nel cuore della sua fede, le moschee. Invece, l’assuefazione ci porta ad essere sempre più distaccati, e a soffrire per le vittime in maniera inversamente proporzionale alla distanza che le separa da noi.

Caduti nella trappola
Per sconfiggere lo Stato islamico, dovremmo dare più rilievo alle recenti vittorie sul terreno dei curdi, e dovremmo renderci conto che il Califfato nero deve la maggior parte della sua forza a un bluff. La regola di non sottovalutare mai il nemico è sacrosanta (e in qualche occasione la coalizione guidata dagli Usa sembra averlo fatto), ma altrettanto lo è quella di non cadere nei suoi tranelli, comportandoci esattamente nel modo in cui egli vorrebbe che ci comportassimo. Perché è la nostra paura – che si manifesti in intolleranza, repressione, fenomeni massmediatici o altro – la più grande forza dell’Isis.