10 dicembre 2019
Aggiornato 00:00
Sempre più difficile capire chi sono i «buoni» e chi i «cattivi»

Chi sono i veri «alleati» dell’Italia? E chi i suoi reali «nemici»?

Durante la Guerra fredda, il mondo era diviso nettamente in due. Oggi, invece, le alleanze si fanno sempre più fluide, ed è difficile distinguere gli amici dai nemici. Perché quelli che dovrebbero essere nostri «alleati», se c'è di mezzo l'interesse, non si fanno scrupoli a tradirci. Ecco perché l'Italia deve aprire gli occhi

ROMA – Più volte abbiamo definito l’attuale fronteggiarsi dei due «blocchi», quello occidentale da un lato e quello russo dall’altro, una nuova «Guerra fredda». Eppure, il paragone storico regge fino a un certo punto. Dal dopoguerra in poi, le dinamiche che muovono gli equilibri internazionali sono profondamente cambiate. Soprattutto, è cambiata una «regola» fondamentale: prima, il mondo era manicheo, diviso tra «buoni» e «cattivi»; oggi, invece, distinguere i propri alleati dai propri nemici può risultare complicato.

Chi sono, oggi, i buoni e i cattivi?
Prendiamo il caso della Guerra fredda. Fino al crollo del muro di Berlino, gli orientamenti erano chiari e non davano adito ad equivoci. Ciò non significa che all’interno del blocco occidentale mancassero i «dissidenti» che non si riconoscevano nell’orientamento scelto dai loro governi; tuttavia, la linea «ufficiale» era chiara, anche tra i «non allineati». Il debito di riconoscenza per la Liberazione – che a distanza di un cinquantennio ancora non ci sentiamo di aver estinto – ci ha condotti sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti, che hanno dettato per gli anni a venire la linea dell’Europa e dell’Occidente in generale.

Alleanze interscambiabili
Oggi, invece, nonostante le «posizioni ufficiali», gli strettissimi legami collettivi sono venuti meno. Nè la Nato, né l’Onu e tantomeno l’Ue sono riusciti a mantenerli vivi e a renderli più significativi di una mera eredità storica. Così, oggi possiamo essere buoni o cattivi, amici o nemici in modo fluido e interscambiabile.

Traditi dalla Francia
Pensiamo alla nostra storia recente. Nel 2011 la Francia, incurante del danno che avrebbe apportato all’Italia, ha trascinato l’Alleanza in una guerra senza strategia contro Gheddafi, innescando di fatto il caos che ben conosciamo. Nonostante ciò, Parigi oggi ha potuto respingere verso i confini italiani proprio quel gruppo di profughi che, con la sua poco lungimirante azione, ha contribuito a creare.

Dagli Usa a Berlino, scarso rispetto degli «alleati»
Gli esempi si sprecano. Israele, che storicamente deve agli Stati Uniti la sua posizione di forza in Medio Oriente, è fortemente critico nei confronti dell’amministrazione Obama, al punto che il presidente Netanyahu, al Congresso americano, ha attaccato il leader di quello che dovrebbe essere il suo maggiore alleato. Dal canto suo, Obama si è più volte espresso per la soluzione dei due Stati, soluzione che Netanyahu ha palesemente promesso, in campagna elettorale, di non realizzare mai. Ma ancora: Washington mantiene un alto livello di tensione con la Russia, trascinando l’Europa nella spirale delle sanzioni, pur sapendo che essa ne avrebbe avuto ripercussioni negative. E poi c’è Berlino, che ha dettato all’Unione la linea di austerity a sé favorevole, ma profondamente sfavorevole alle economie deboli del Sud.

L’Italia deve diventare adulta
Ed è l’Italia, innanzitutto, a doversi rendere conto del nuovo stato delle cose. «Abituati come siamo da decenni a lasciare che alla nostra sicurezza provvedano altri e che la nostra economia venga tutelata – se e quando essa lo è – in ambito multinazionale», scrive Giuseppe Cucchi su Limes, «per noi è stato normale sino a oggi accettare anche le decisioni più scomode o più pericolose purché portassero il sigillo di paesi che consideravamo amici, in particolare del Grande Fratello d’oltreoceano». E invece, sarebbe tempo di «crescere, di diventare adulti». Consapevoli che, come scriveva il politologo Hans Morgenthau intorno alla metà del Novecento, gli Stati tendono a diventare «mostri freddi», specialmente quando è in gioco il proprio interesse.