17 febbraio 2020
Aggiornato 17:30
La crisi irachena

Cardinal Filoni: Chi controlla «da lontano» gli jihadisti dell'Isil?

Il Prefetto della congregazione per la Evangelizzazione dei popoli e inviato del Papa in Iraq: Gli jihadisti dell'Is «sono apparati e gruppi che operano mostrandosi ben forniti di armi e denaro, e ci si chiede come sia possibile che tutto questo passaggio di armi e risorse sia sfuggito a chi ha il dovere di controllare e di prevenire simili tragici sviluppi».

ROMA - Gli jihadisti dell'Is «sono apparati e gruppi che operano mostrandosi ben forniti di armi e denaro, e ci si chiede come sia possibile che tutto questo passaggio di armi e risorse sia sfuggito a chi ha il dovere di controllare e di prevenire simili tragici sviluppi». Lo afferma il cardinale Fernando Filoni, prefetto della congregazione per la Evangelizzazione dei popoli e inviato del Papa in Iraq appena rientrato a Roma, in un passaggio di un'intervista rilasciata a Fides, agenzia di stampa della stessa Propaganda Fide. «La domanda che ho sentito fare da molti è quella sul 'remote control', su chi muove da lontano le cose. Ma credo che, per ora, sia difficile dare una risposta».

Caritas internazionale al fianco degli iracheni - «Siamo al fianco di Caritas Iraq. Potete contare su di noi»: è quanto assicura il presidente di Caritas Internationalis, cardinale Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga, in una lettera aperta al patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphaël I Sako, e al vescovo Shlemon Warduni, presidente di Caritas Iraq, che pubblicata dall'Osservatore Romano.
«Abbiamo assistito con cuore dolente al dislocamento in massa di oltre 1.200.000 persone, in fuga dall'orrore nella speranza di salvare la propria vita e quella delle loro famiglie», scrive il porporato hondureno. «Nonostante i progressi concreti nell'ambito del riconoscimento dei diritti delle minoranze a livello internazionale, cristiani, yazidi, curdi, shabak, madei e altri popoli sono vittima di atrocità inaudite».
Maradiaga esprime anche profonda preoccupazione «per le conseguenze che questa recente impennata di violenza potrebbe avere sul dialogo tra musulmani e cristiani e sulla pacifica coesistenza desiderata e apprezzata dalla maggioranza dei musulmani e dei cristiani in Medio Oriente, come anche in ogni altra parte del mondo».