25 febbraio 2020
Aggiornato 02:00
La crisi irachena

Iraq: al via offensiva aerea USA

Erano circa le 6:45 del mattino a Washington, quando gli aerei della Marina statunitense hanno lanciato il primo attacco contro l'artiglieria dei ribelli sunniti dello Stato islamico (Is, o Stato islamico della Grande Siria, Isis) nei pressi di Erbil, la principale città del Kurdistan iracheno. Due F/A-18 hanno lanciato altrettante bombe guidate da 225 chilogrammi.

WASHINGTON - Erano circa le 6:45 del mattino a Washington (le 12:45 in Italia, le 13:45 in Iraq), quando gli aerei della Marina statunitense hanno lanciato il primo attacco contro l'artiglieria dei ribelli sunniti dello Stato islamico (Is, o Stato islamico della Grande Siria, Isis) nei pressi di Erbil, la principale città del Kurdistan iracheno. Due F/A-18 hanno lanciato altrettante bombe guidate da 225 chilogrammi.

Il dipartimento della Difesa ha poi reso noto che i ribelli stavano usando l'artiglieria contro le forze curde a difesa di Erbil, dove si trova anche una parte del personale statunitense in Iraq. Si è trattato della prima azione militare statunitense in Iraq dal ritiro del 2011.

La decisione di colpire i ribelli è stata presa dal generale Lloyd Austin, comandante dello U.S. Central Command, responsabile per le azioni militari in Medio Oriente, Asia Centrale e Nordafrica, con l'autorizzazione del presidente degli Stati Uniti, divenuto il quarto presidente statunitense consecutivo a ordinare un'azione militare in Iraq.

Barack Obama è stato chiaro: gli Stati Uniti - ha ricordato il portavoce del dipartimento della Difesa, John Kirby - continueranno ad agire contro i ribelli in caso di minaccia nei confronti del personale statunitense, e lo faranno anche per evitare il «genocidio»; circa 200.000 persone, appartenenti a diverse minoranze religiose, sono fuggite dalle città conquistate dai ribelli.

Come fa notare Tom Esslemont, giornalista della Bbc a Washington, la decisione di Obama di usare il termine «genocidio» è stata altamente simbolica e potente per un presidente che un anno fa ha deciso di non usare la forza militare in Siria.

«Ringraziamo Barack Obama» ha detto alla Bbc Khalid Jamal Alber, un funzionario del governo semiautonomo del Kurdistan, dopo i raid aerei statunitensi. Il capo di Stato maggiore delle forze armate irachene, il generale Babaker Zebari, ha dichiarato che «ci saranno profondi cambiamenti sul terreno nelle prossime ore», esprimendo ottimismo sulla possibilità che le truppe irachene e i peshmerga curdi possano riconquistare ampie zone di territorio.

Nel frattempo, le Nazioni Unite stanno lavorando all'apertura di un corridoio umanitario nel Nord dell'Iraq, per consentire ai civili bloccati sotto la minaccia dei combattenti jihadisti di scappare. La prima reazione di un leader occidentale all'attacco statunitense è stata del presidente francese, François Hollande, che ha accolto positivamente la decisione di Obama.

L'appoggio di hollande - «La Comunità internazionale non può ignorare la minaccia rappresentata dall'avanzata di questo gruppo terroristico per la popolazione locale e la stabilità non solo dell'Iraq - si legge in un comunicato dell'Eliseo - ma di tutta la regione». Hollande ha poi aggiunto che la Francia è pronta a offrire il proprio sostegno «per porre fine alle sofferenze dei civili. Siamo pronti a prenderci la nostra parte di responsabilità» ha concluso.