10 luglio 2020
Aggiornato 14:30
La crisi Ucraina

Poroshenko vuole la guerra civile

Fallita per il momento la mediazione internazionale, con Kiev che ha fatto marcia indietro rispetto ai progetti comuni per la de-escalation discussi domenica e lunedì con Mosca, Berlino e Parigi, lo scenario è adesso quello della guerra civile evocato dallo stesso presidente ucraino.

KIEV - La fine della tregua e l'inizio dell'offensiva a larga scala da parte delle truppe governative aprono una nuova fase, la più pericolosa e ricca di incognite, nella crisi ucraina. Fallita per il momento la mediazione internazionale, con Kiev che ha fatto marcia indietro rispetto ai progetti comuni per la de-escalation discussi domenica e lunedì con Mosca, Berlino e Parigi, lo scenario è adesso quello della guerra civile evocato dallo stesso presidente ucraino.

Petro Poroshenko, nel suo messaggio televisivo agli ucraini, lanciato la notte scorsa per comunicare la cessazione del già debole armistizio e per annunciare la volontà di riportare sotto controllo con le armi il Donbass, non ha lasciato spazio infatti a troppe interpretazioni. Il capo dello Stato ha concluso il suo intervento appellandosi ai suoi compatrioti e invitandoli a rimanere uniti in questo delicato momento per il Paese. Ha affermato che la via per la riconciliazione è a volte più complessa di come la si desidera, ma che «dopo ogni guerra arriva anche la pace».

È la prima volta che il Poroshenko parla con tanta chiarezza, esprimendo la diretta volontà di «attaccare i terroristi e liberare il Paese», ovvero di annientare i separatisti filorussi dell'Est. L'obbiettivo dichiarato è quello di «salvaguardare l'integrità territoriale" e richiede operazioni "non solo difensive, ma anche offensive». Il presidente, capo delle forze armate, ha assicurato che l'esercito, la guardia nazionale e le altre unità che affiancano le truppe governative "non useranno la forza contro la popolazione pacifica e non attaccheranno mai i centri residenziali». La strategia è quella di costringere gli insorti alla resa senza coinvolgere la popolazione civile.

La realtà è però che l'utilizzo di aviazione e artiglieria pesante per stanare i ribelli dalle loro roccaforti rischia di trascinare le regioni di Donetsk e Lugansk verso il baratro: già dopo la ripresa dell'offensiva a Slaviansk si sono registrate nuove vittime tra la popolazione quando un minibus è finito sotto tiro in circostanze ancora da chiarire. Il rischio è insomma quello che le operazioni chirurgiche si trasformino in una battaglia senza troppi riguardi per i «danni collaterali».

Poroshenko però, che ha preso la decisione di avviare l'offensiva nonostante sia Mosca che le cancellerie occidentali spingessero per il prolungamento della tregua e l'implementazione del piano di pace con la mediazione dell'Osce, sembra avere messo in conto anche questo. La speranza è chiaramente che la galassia separatista si dissolva di fronte al giro di vite militare.

Il sostegno al pugno di ferro l'hanno dato più volte gli Stati Uniti nelle settimane passate, sostenendo il diritto di Kiev di usare la forza per ristabilire l'ordine. L'incognita è come davvero possano rispondere i vari gruppi filorussi, sui quali la Russia continua a sottolineare di non avere un potere di influenza diretto.

Oltre due mesi dopo la proclamazione delle repubbliche indipendenti di Donetsk e Lugansk, il movimento separatista si è rafforzato dal punto di vista militare e anche se il sostegno tra la popolazione è alquanto limitato, le conseguenze dell'intervento governativo potrebbero dare nuova linfa e produrre l'effetto contrario a quello auspicato dal presidente, allargando il fossato tra centro e periferia.

Nel discorso della notte scorsa Poroshenko si è preoccupato di sottolineare come il piano per la decentralizzazione, l'autonomia delle regioni e la tutela della lingua russa sarà perseguito con le previste modifiche costituzionali, ma quello che chiede la gente del Donbass adesso è semplicemente la pace.

L'emergenza nelle due regioni del Sud-Est è cominciata all'inizio di aprile e non ci sono previsioni su quanto possa durare, malgrado Poroshenko, appena eletto, avesse promesso un'operazione fulminea.

Al di là della retorica militarista, già utilizzata dall'inizio della cosiddetta «operazione antiterrorismo» trasformatisi in guerra, le autorità di Kiev non hanno dimostrato sino ad ora di avere una strategia precisa e sono apparse impacciate nel trovare il bandolo della matassa sul campo, con problemi oggettivi di organizzazione e coordinamento che hanno lasciato gioco facile ai separatisti.

Senza contare che oltre ai due oblast di Donetsk e Lugansk, ce ne sono altri in cui una scintilla potrebbe fare precipitare la situazione, da Kharkiv a Odessa, dove all'inizio di maggio si sono avuti i prodromi della guerra civile, con l'episodio del rogo della casa dei sindacati e la morte di una quarantina di persone.

Poroshenko ha detto di voler liberare l'Ucraina dai terroristi, ma portare a termine il compito non sarà una breve passeggiata. Il successo dipende anche da quale posizione prenderà il Cremlino di fronte all'escalation militare e alle sue conseguenze. La vera soluzione della crisi ucraina passa in definitiva ancora da Mosca, con i dossier aperti che vanno dalla questione del gas ai problemi in arrivo dopo la firma dell'Accordo di associazione tra Kiev Bruxelles e per risolvere i quali sono in programma già colloqui trilaterali.

Le trattative per salvare il Donbass rimangono dunque aperte, anche se appese a un filo, e il prossimo tavolo del gruppo di contatto tra Ucraina, Russia e Osce potrebbe tenersi presto a Minsk.