31 marzo 2020
Aggiornato 04:00

Tibet, Dalai Lama punta dito su Pechino, che risponde: «menzogne»

Leader buddista: «Cina ha ucciso centinaia di migliaia tibetani»

Dharamshala - Il Dalai lama ha accusato la Cina di aver trasformato il Tibet in un «inferno» e di aver ucciso «centinaia di migliaia di tibetani». In occasione del 50esimo anniversario della fallita rivolta tibetana contro i cinesi, dal luogo eletto per il suo esilio in India, a Dharamshala, il leader spirituale del buddismo tibetano ha anche ribadito la rivendicazione per una «autonomia significativa» per il suo paese natale.

«Questi ultimi 50 anni sono stati anni di sofferenza e distruzione per il territorio e il popolo del Tibet«, ha affermato il Dalai Lama, insignito nel 1989 del Premio Nobel per la pace, in un discorso pronunciato nel tempio in cui vive da mezzo secolo, sulle pendici dell'Himalaya. «Una volta occupato il Tibet, il governo comunista cinese ha portato avanti una politica di violenza e repressione (...) I tibetani hanno vissuto letteralmente in un inferno sulla Terra», ha insistito il Dalai Lama: «Una conseguenza immediata è stata la morte di centinaia di migliaia di tibetani». Pechino ha replicato accusando il Dalai Lama di non distinguere «il vero dal falso» e di «diffondere voci fasulle».

«Le riforme democratiche nel Tibet sono le più importanti e profonde della sua storia«, ha assicurato il portavoce del ministero degli Affari esteri, Ma Zhaoxu, che ha sottolineato di non voler «rispondere alle menzogne del Dalai lama». Per prevenire ogni forma di protesta in occasione del 50esimo anniversario della rivolta e in ricordo delle numerose vittime del marzo 2008 (21 morti secondo Pechino, 203 secondo i tibetani) la Cina ha dispiegato migliaia di uomini delle forze di sicurezza sull'altopiano tibetano e ai suoi confini, per impedire l'accesso di stranieri. Il discorso del Dalai lama, con toni inusitatamente forti, sottolinea come la «brutale repressione cinese» continui ancora oggi, tanto che la cultura e l'identità dei tibetani «sono al limiti dell'estinzione».

«I tibetani sono trattati come dei criminali, che meritano di essere messi a morte - ha continuato - persino oggi, i tibetani in Tibet, vivono costantemente nella paura e le autorità cinesi li trattano sempre come sospetti». «Noi, i tibetani, siamo alla ricerca di un'autonomia legittima e significativa che ci permetta di vivere nell'ambito della Repubblica popolare di CIna», ha ripetuto il Premio Nobel, che ha 73 anni. «Non nutro alcun dubbio: la giustizia prevarrà a proposito della causa tibetana», ha assicurato. Nel novembre scorso, il monaco buddista aveva lui stesso «riconosciuto il fallimento» della sua lotta per un autonomia del Tibet, dopo otto anni di negoziati infruttuosi con Pechino.

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