18 novembre 2018
Aggiornato 05:00

Quanto ci sono costati gli ultimi 6 mesi di «giochetti» sullo spread

Le chiamano «tensioni». Molto più banalmente sono «speculazioni». E da aprile hanno portato a un aumento della spesa per gli interessi di 6,4 miliardi
Un operatore di Borsa di una banca davanti ai monitor, Milano, 19 Ottobre 2018
Un operatore di Borsa di una banca davanti ai monitor, Milano, 19 Ottobre 2018 (Matteo Bazzi | ANSA)

ROMA - Sei mesi di tensioni sullo spread - veri e propri giochi speculativi - presentano un conto salato per le casse pubbliche. Il brusco aumento dei tassi di interesse sui titoli emessi dal Tesoro da maggio a oggi comporta un aggravio della spesa per interessi di circa 6,4 miliardi rispetto ai tassi dell’aprile scorso, solo per quanto riguarda Bot, Ctz e i Btp (escludendo gli indicizzati). L’incremento di spesa si spalmerà sulle varie scadenze dei Btp pluriennali emessi. Per il solo 2018 la maggiore spesa già scontata sfiora 1,4 miliardi di euro e mancano ancora diversi collocamenti fino a dicembre. L’aggravio di spesa per interessi si concentra sulle scadenze a medio e lungo termine, in particolare sul decennale e sulla scadenza a cinque anni. 

Alcuni numeri significativi
Per il Btp 10 anni ad aprile il rendimento in asta era all’1,70%, al collocamento del mese scorso è schizzato al 3,28%. Sulla scadenza a 5 anni nell’ultima asta da 2 miliardi di euro il rendimento al 2,58% significa un aggravio di spesa di 40 milioni di euro l’anno rispetto all’asta di aprile con un interesse allo 0,56%. In termini relativi il conto più salato è del Btp a tre anni che fino ad aprile veniva collocato con un rendimento poco sopra lo zero mentre a ottobre il tasso di interesse è schizzato al 2,51%. In soldoni, i 3,5 miliardi di euro venduti a ottobre comportano una spesa per interessi di 87 milioni l’anno (263 milioni per i tre anni) mentre la tranche collocata ad aprile costa appena 1,75 milioni l’anno.

E se lo spread dovesse «rientrare»?
Anche se a breve la fiammata dello spread dovesse rientrare, resterà l’aggravio di spesa per i collocamenti effettuati da maggio a oggi. In occasione della giornata mondiale del risparmio, il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, ha snocciolato alcuni numeri sul peso dello spread sulla spesa pubblica. Visco ha evidenziato che qualora non venisse riassorbito, l’incremento fin qui registrato dei rendimenti dei titoli di Stato provocherebbe, già dal prossimo anno, maggiori spese per interessi per circa 0,3 punti percentuali del prodotto (oltre 5 miliardi). L’aggravio salirebbe a mezzo punto nel 2020 e a 0,7 punti nel 2021. Ciò accrescerebbe l’avanzo primario necessario anche solo a stabilizzare il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo. Nella nota di aggiornamento al Def, il governo ha rivisto in rialzo la spesa per interessi per l’anno prossimo dal 3,6% al 3,7%. Si tratta di un aggravio di spesa di circa 2 miliardi di euro per il 2019 (da 63 a 65 miliardi), che appare sottostimata rispetto ai tassi attuali. Per il 2019 le stime indicano collocamenti da parte del tesoro intorno a 290 miliardi di euro. A ottobre il rendimento medio lordo dei bond governativi a reddito fisso è volato al 2,844%, al massimo dal 2014 e quasi tre volte l’1,049% di aprile.