22 settembre 2018
Aggiornato 03:00

L'Italia non fa più paura: a spaventare i mercati ora sono i 'paesi emergenti'

Spread sotto i 250 punti. Le crisi in Turchia e Argentina contagiano Cina, Indonesia e Sudafrica. E l'Italia per il momento può respirare
Il primo ministro Giuseppe Conte
Il primo ministro Giuseppe Conte (ANSA/ANGELO CARCONI)

ROMA - Doveva essere una settimana nera per l'economia italiana. Invece Conte e Tria sono riusciti a disinnescare l'attacco di Fitch. Non solo. In queste ore prosegue la discesa dello spread tra Btp e Bund che scende sotto la soglia dei 250 punti e tocca i 248,8 punti per poi risalire di un punto base, con il rendimento del decennale italiano viaggia al 2,88%. Di conseguenza la Borsa di Milano prende slancio: il Ftse Mib sale dell'1,2% a 20.835 punti intorno a metà seduta. Banco Bpm corre in rialzo del 6,4%, Ubi Banca del 5,96%, Bper del 4,8%, Mediobanca del 3,9%, Intesa Sanpaolo del 3,7% e Unicredit del 3,34 per cento. Prosegue il recupero di Tim (+1,45%), inverte rotta anche Mediaset (+1,5%). Bene Saipem sostenuta dal giudizio positivo di Morgan Stanley (+3,88%), più cauti gli altri titoli dell'energia con ENEL in rialzo dello 0,72%, Snam dello 0,7%, Eni dello 0,4 per cento. Una sorta di effetto domino positivo, quindi, in quella che gli investitori preannunciavano come la prima, vera settimana di diffcoltà per il governo Conte.

Oltre i meriti italiani: ora il problema è altrove
Ma più dei meriti del governo Conte, questa situazione è dovuta al fatto che gli investitori, nelle ultime ore, hanno - diciamo così - altro a cui pensare: a prendere il sopravvento nelle 'ansie' sono sempre più le grandi economie emergenti. «La corsa a vendere si spinge oltre Turchia e Argentina», titola il Financial Times in apertura dell'edizione online. «I timori di contagio aumentano dopo tensioni in Cina, Indonesia e Sudafrica». La lista di Paesi bersagliati da vendite si sta allungando, in particolare le tensioni tendono a innescare repentini deprezzamenti delle rispettive valuta nazionali, come appena accaduto al Sudafrica dopo che l'ente di statistica nazionale ha certificato la caduta in recessione tecnica nel primo semestre. E nei casi di Argentina, Turchia e Indonesia si sono accumulate flessioni tanto drammatiche da spingere le autorità monetarie a intervenire. Sottopressione anche l'Arabia Saudita, dove la Borsa è arrivata a cedere il 5 per cento per poi chiudere al meno 3 per cento e dove si fanno sentire anche gli ultimi cali del petrolio.

Per il momento l'Italia può respirare
Nel frattempo l'Italia sembra uscire dai riflettori, almeno per ora. La scorsa settimana, all'avvicinarsi delle valutazioni di Fitch, si erano accumulate tensioni fino a far salire lo spread, il differenziale di rendimento tra Btp decennali e bund della Germania in prossimità di 300 punti base. Poi l'agenzia si è limitata a assumere una posizione attendista, abbassando a negative le prospettive sul Paese ma confermando il rating a BBB. Oggi lo spread è calato fin sotto quota 250 punti, con un calmieramento che ha mostrato una accelerazione dopo le rassicurazioni giunte dalla maggioranza di governo sul rispetto dei vicoli europei sul bilancio. La tensione si sta così spostando sugli emergenti, complice anche il persistere di timori di uno scontro commerciale con gli Usa a seguito delle politiche di dazi di Trump. E in realtà il Paese che solleva più incognite nel caso di una crisi di portata sistemica è l'economia emergente per eccellenza, la Cina. 

Ma non c'è (ancora) un 'caso Cina'
Nel suo caso gli scossoni valutari sono meno probabili data la forte presa che le autorità mantengono sui cambi e date soprattutto le enormi capacità di intervento di cui Pechino dispone su questo versante, a differenza di Turchia e Argentina. La Cina detiene infatti le maggiori riserve in valuta estera del mondo. Nel caso del Dragone poi, più che su squilibri del bilancio pubblico o del saldo di partite correnti (che anzi è semmai in forte avanzo) i timori si concentrano su possibili problemi nel comparto del credito e sulla possibilità che i quantitativi di poste deteriorate siano stati dissimulati dagli istituti in veicoli fuori bilancio, come affermato dall'Ocse in un recente rapporto. Resta tutto da vedere però che avvitamenti su questo versante possano avere ricadute esterne al Paese.