18 novembre 2018
Aggiornato 17:00

Da banca apolide a banca francese: in ogni caso Unicredit non è, e non sarà, una banca italiana

Unicredit è tutto fuorché una banca italiana: ma potrebbe diventare francese attraverso la fusione con Société Générale, facendo un favore a Macron
Il ceo di Unicredit Jean Pierre Mustier
Il ceo di Unicredit Jean Pierre Mustier (ANSA / MATTEO BAZZI)

PARIGI - Si intrecciano le sorti del governo francese e italiano: il primo sempre più debole e mal sopportato, il secondo sempre più solido. Lo scandalo Benalla, il congelamento della riforma costituzionale, un'ondata di scioperi selvaggi dei servizi hanno portato il presidente francese Emmanuel Macron sull'orlo del baratro. D'altronde l'uomo è sempre stato un rappresentante del potere finanziario paneuropeo, privo quindi di un seguito reale, privo perfino di un partito che possa supportarlo. Il piccolo Napoleone d'Oltralpe viene criticato persino dai padrini politici, che ormai lo vedono come un cavallo azzoppato. Il presidente, a cui non manca una voluta arroganza, non vuole fare la fine di Hollande e tenta di recuperare con un'operazione sul mercato bancario: la fusione, di cui si parla da molto tempo, tra Société Générale e l'italiana Unicredit. La prima è la settima banca più «grande» d'Europa. La seconda il secondo gruppo bancario italiano, più o meno italiano, dopo Intesa Sanpaolo.

Unicredit, un po' di chiarezza
Banca di sistema per eccellenza, Unicredit già oggi non è una banca italiana. Il ruolo delle fondazioni di origine bancarie è marginale, diluito in due decenni di vendite continue di pacchetti azionari. Raggiungono infatti appena il 5,21%. Il primo azionista è la holding Aabar Luxembourg, un fondo sovrano degli Emirati. Il 72% è in mano a fondi esteri, di cui il 62% istituzionali e il 10% privati. Si evidenzia, anche in questo caso, come la privatizzazione dei beni pubblici italiani abbia portato il sistema bancario e non solo - la proprietà dallo Stato Italiano - agli Stati esteri. Il libero mercato in tutte questo non c'entra nulla: semplicemente lo Stato italiano è stato, perdonate il gioco di parole, comprato da altri Stati. La composizione azionaria, peraltro, è piuttosto oscura. In occasione dell'aumento di capitale due soggetti «parcheggio», State Street Bank Boston-clients account e la stessa Soc.Gen. hanno operato per conto «terzi» di cui non si sa nulla. Nemmeno Unicredit, pur pagando i dividendi, potrà mai saperlo se non si presenteranno in assemblea o se qualcuno non supera la soglia di comunicazione al 3%  Scomparsi i libici, che dopo l'aumento di capitale sono scesi intorno all'1%. Erano al 7 ai tempi del colonnello Gheddafi. La People's Bank of China è al 2%, poco meno delle due fondazioni bancarie italiane, Crt e Cariverona. I piccoli risparmiatori, cioè il mercato, ammontano ad un misero 13% dopo l'aumento di capitale. Unicredit vale circa 20 miliardi di euro.

Jean Pierre Mustier
Si legge sul sito di Unicredit: "Dopo aver lasciato Société Générale alla fine del 2009, Jean Pierre Mustier ha lavorato come consulente per molti istituti finanziari e portato a termine numerose iniziative di fundraising per diverse imprese sociali ed enti no-profit. All'inizio del 2011 è entrato in Unicredit come vice direttore generale responsabile della Divisione Corporate & Investment Banking (CIB). E' stato anche membro dell' Executive Management Committee. Dopo aver lasciato il suo incarico dirigenziale in Unicredit, alla fine di dicembre 2014, è entrato a far parte dell'International Advisory Board della banca. Nel gennaio 2015, è divenuto socio, con sede a Londra, del gruppo di asset management Tikehau Capital, con lo specifico obiettivo di far crescere il gruppo a livello internazionale. Il 30 giugno 2016 è stato cooptato come membro del Consiglio di Amministrazione, venendo quindi nominato amministratore delegato e direttore generale con decorrenza 12 luglio 2016". 

La fusione
Il Financial Times ha scritto pochi giorni fa che l'amministratore delegato, ex legionario, Mustier starebbe lavorando – cosa peraltro nota da tempo – alla fusione tra Unicredit e Société Générale. Il tutto su tempi molto lunghi, circa un anno. A settembre, Mustier ha affermato in un'intervista a Bloomberg che non ci sono in vista fino al 2019 importanti operazioni di acquisizione o cessione, si procederà per una crescita organica. Dopo il 2019, "tutte le opzioni sono sul tavolo e vedremo quali saranno le migliori alternative». Subito si è alzata la polemica politica sull'eventuale fusione, polemica che verte sulla supposta italianità di Unicredit che verrebbe compromessa dal nuovo socio Soc. Gen. Ma il problema è diverso: perché Unicredit, che da tempo attraversa una crisi molto grave contrastata a suon di riduzioni del personale e tagli, italianissimi, è da molti anni una banca non italiana. E' una banca apolide, come dimostra l'azionariato in essere. O meglio, è una banca di Stato, indiretto, estero. Ora, preso atto che l'italianità di Unicredit al massimo risiede nella sua struttura sul territorio, e sicuramente non sulla proprietà, si può analizzare la consistenza della fusione con Soc. Gen.

Da banca apolide a banca francese
Il primo punto da chiarire è che non si tratta di una fusione ma di una acquisizione indiretta. Sebbene allo stato larvale, è ipotizzabile che non vi sarà un'Opa bensì una scambio. Che, con ogni probabilità, sarà sfavorevole a Unicredit data la sua debolezza. Il secondo è invece il piano politico. Soc. Gen., differentemente da Unicredit, è una banca francese, salvata dallo Stato francese solo pochi anni fa attraverso un maxi prestito da 3,4 miliardi di euro. Anche in Soc. Gen. è presente un azionariato apolide, ma in misura molto minore rispetto Unicredit. Si tratta quindi di valutare la trasformazione di una banca globale, apolide, cino-anglo-araba in una banca francese. Ci conviene? Da un punto di vista politico dipende dai rapporti che si vogliono avere con la Francia di Macron. O, addirittura, se si vuole tenere in piedi Macron o indebolirlo più di quanto non sia già. Da un punto di vista economico-finanziario è indifferente. Unicredit, così come Telecom, è solo uno dei molti disastri nati dalle privatizzazioni degli anni Novanta.