25 giugno 2019
Aggiornato 21:30
Banche

Bpvi e lo scaricabarile di Gianni Zonin davanti alla Commissione d'inchiesta sulle banche

L'ex dominus della Banca Popolare di Vicenza, tutt'ora indagato per il crac dell'istituto finanziario, è stato ascoltato dalla Commissione bicamerale

L'ex presidente della Banca Popolare di Vicenza, Gianni Zonin
L'ex presidente della Banca Popolare di Vicenza, Gianni Zonin ( ANSA )

ROMA – L'ex dominus della Banca Popolare di Vicenza, tutt'ora indagato per il crac dell'istituto finanziario, è stato finalmente ascoltato dalla Commissione bicamerale d'inchiesta sul sistema bancario. Da settimane la sua convocazione era stata oggetto di un vero e proprio braccio di ferro tra le varie forze politiche. L'ex-presidente della Bpvi, Gianni Zonin, ha colto l'occasione per assolvere se stesso e la Banca d'Italia da qualsiasi responsabilità inerente al dissesto finanziario dell'istituto. In particolare si è dichiarato completamente estraneo a quelle ormai famose «operazioni baciate» (mutui concessi senza garanzie grazie a rapporti clientelari e in cambio dell'acquisto di azioni della banca) che hanno trascinato sul lastrico la Bpvi: «I finanziamenti alle imprese erano di competenza dell’amministratore delegato, del direttore generale e delle strutture», si è discolpato l'ex-presidente.

La testimonianza del dominus di Bpvi
Inoltre, secondo la sua testimonianza, Gianni Zonin sarebbe venuto a sapere dei finanziamenti baciati fatti dall'istituto solo nel maggio del 2015 da un ispettore della Bce. Di queste operazioni di prestito collegate all'acquisto di azioni, ha sottolineato l'ex presidente «io ho saputo solo il 7 maggio 2015 dal capo ispettore Bce che mi ha convocato d'urgenza a Milano».Poi Zonin ha assicurato di non aver mai preso parte alle riunioni del comitato esecutivo dell'istituto di credito nei 19 anni in cui è stato al vertice della Banca popolare di Vicenza e riguardo ai controlli ha assicurato che «c'erano vari organi di controllo interno: la Kpmg, il collegio sindacale e poi ogni anno c'era il controllo della Banca d'Italia e qualche volta quello della Consob». Peccato, però, che questi controlli – non si sa bene perché – non abbiano funzionato.

Lo scaricabarile
Anche riguardo alle assunzioni, Zonin ha garantito di avere la coscienza tranquilla: «Non mi sono mai occupato di assunzioni - ha sottolineato - nei vent'anni che ho fatto il presidente».I rapporti con la politica «non ci sono mai stati se non con le istituzioni». C'è sempre stata, invece, «la massima attenzione e il massimo rispetto per le figure istituzionali». Le assunzioni «non erano compito del cda e del presidente», ha ribadito Zonin più di una volta smarcandosi così rapidamente da qualsivoglia accuse. L'ex-presidente della Banca popolare di Vicenza ha anche dato la sua parola di non aver mai invitato il direttore generale della Banca d'Italia, Salvatore Rossi, nella sua tenuta di campagna nel Chianti. «Non è mai successo - ha sottolineato - non è mai avvenuto e non mi sarei mai permesso di invitarlo».

Le «operazioni baciate» e lo «schema Zonin»
Allo stesso modo, Zonin ha negato anche qualsiasi rapporto con Maria Elena Boschi, sottosegretaria alla presidenza del Consiglio ed ex-ministra delle riforme, e con il padre Pier Luigi, che è stato al vertice di Banca Etruria prima del crack. «Non li conosco, non li ho mai visti", ha garantito Zonin. Vale però la pena ricordare, a questo punto, che oggi lo «schema Zonin» è ancora al centro delle indagini, perché grazie ad esso sarebbero stati truffati circa 120mila azionisti. Come ricostruisce anche il blog di Beppe Grillo, i manager della vecchia gestione avrebbero infatti usato la Banca popolare di Vicenza come un bancomat personale, dal quale attingere senza soluzione di continuità. Quando, però, i dissesti finanziari dell'istituto sono diventati insostenibili, costoro avrebbero deciso di gonfiare i bilanci per nascondere il più a lungo possibile la voragine nei conti dell'istituto.

Il tempismo perfetto del cognato di Zonin
Nel febbraio del 2015 è intervenuta la Bce e ha aperto il mostruoso vaso di Pandora: la Banca popolare di Vicenza non valeva più nulla e gli investitori hanno perso all'improvviso il 99% del loro capitale. Il valore delle azioni dell'istituto, infatti, precipitò in poco tempo da 62,5 euro a zero euro. Alcuni azionisti, però, sono stati più «fortunati» e sono riusciti a vendere al momento giusto, limitando o azzerando le perdite. Alcuni ci hanno addirittura guadagnato. È il caso, ad esempio, del cognato di Gianni Zonin, Roberto Pavan, che in due distinte operazioni il giorno 10 febbraio 2015, è riuscito a disfarsi di 28 mila azioni di BpVi incassando circa 1,750 milioni di euro. Di lì a poco, a fine mese, la Bce avrebbe bloccato la compravendita delle azioni dell'istituto condannando per sempre quegli investitori che non hanno potuto disfarsi parimenti di questa pesante zavorra: titoli azionari che improvvisamente sono collassati sublimando centinaia di migliaia di euro di risparmi di una vita.