Evasione fiscale

La denuncia di Oxfam: «Paradisi fiscali anche nell'UE»

La black list dell'Unione europea dovrebbe includere anche Irlanda, Lussemburgo, Olanda e Malta. Ma questi paesi non compariranno nell'elenco

Il cantante irlandese e leader degli U2, Bono Vox, la cantante statunitense Madonna, il finanziere George Soros, il segretario al Commercio sotto l'amministrazione Trump, Wilbur Ross, la regina Noor di Giordania e la Regina d'Inghilterra, Elisabetta
Il cantante irlandese e leader degli U2, Bono Vox, la cantante statunitense Madonna, il finanziere George Soros, il segretario al Commercio sotto l'amministrazione Trump, Wilbur Ross, la regina Noor di Giordania e la Regina d'Inghilterra, Elisabetta (ANSA)

BRUXELLES - I paradisi fiscali non esistono solo al di fuori dei confini comunitari. Anzi, la blacklist dovrebbe includere a pieno titolo anche 4 stati membri dell'UE: Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi e Malta. È quanto evidenzia Oxfam nel suo ultimo rapporto «La lista nera sfumata di grigio», dimostrando che i 4 paesi Ue rispettavano tutti i requisiti per rientrare nel gruppo.Negli ultimi mesi l'Ue ha analizzato 92 paesi e giurisdizioni extraeuropee sulla base di una serie di criteri che includono la trasparenza fiscale e l'esistenza di regimi fiscali che favoriscono il trasferimento di profitti su larga scala. Ma questi stessi criteri non sono stati applicati agli stati membri, con il risultato che alcuni tra i principali paradisi fiscali non compariranno nell'elenco.

Le accuse di Oxfam all'UE
Oxfam ha invece usato quei criteri per analizzare i 28 paesi Ue, oltre i 92 presi in esame, arrivando alle conclusioni che Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi e Malta dovrebbero essere inclusi nella lista; mentre tra i 92 messi sotto esame, almeno 35 possono essere considerati paradisi fiscali. Il timore di Oxfam è che i governi Ue, nonostante evidenze piuttosto indiscutibili, finiranno col compilare una lista nera annacquata e poco attendibile, al punto che la presidenza Ue, attualmente appannaggio di Malta, si è pubblicamente espressa a favore di una lista nera europea «vuota", mentre - a seguito di un recente incontro con i ministri delle finanze europei - la Svizzera, uno dei paesi sotto esame, ha dichiarato senza mezzi termini di aspettarsi di non essere inserita in lista.

Un documento "vuoto e inutile"
«La nostra simulazione mostra come dovrebbe presentarsi la blacklist europea se l'Ue applicasse i propri criteri senza farsi condizionare da pressioni politiche di parte - ha dichiarato Aurore Chardonnet, policy advisor di Oxfam sui dossier di giustizia fiscale - Il processo ufficiale di blacklisting avviene però nella più totale segretezza, lasciando i cittadini all'oscuro di tutto e permettendo ai paesi-paradisi di sfruttare il proprio potere d'influenza politica ed economica». Una denuncia forte perché il rischio è quello di ritrovarsi ad avere a che fare con un documento «tanto vuoto, quanto inutile ai fini della risoluzione di un problema così grave».

La lista nera, sfumata di grigio
Se l'Ue vuole davvero porre fine a scandali fiscali come Paradise Papers, Panama Papers, e Luxleaks «il primo passo non può che essere quello di produrre una lista nera robusta, oggettiva e coerente. - ha aggiunto Chardonnet - Si tratta di un'occasione imperdibile per neutralizzare l'impatto nocivo dei paradisi fiscali nei propri paesi e in quelli in via di sviluppo. L'alternativa è una lista nera solo nel nome, ma nei fatti piena di sfumature di grigio».La ricerca di Oxfam evidenzia inoltre come i profitti registrati nei paradisi fiscali siano totalmente disallineati rispetto alla reale attività economica che vi viene condotta: alcuni Paesi attraggono un volume paradossale di utili da royalty, servizi finanziari o altri tipi di prestazioni. Le Bermuda - sede di Appleby, lo studio legale al centro dei Paradise Papers, l'ultimo scandalo sui tesori offshore, - sono meta di un volume di utili d'impresa pari a circa 4,5 volte il loro PIL, mentre alle Bahamas il volume registrato di profitti societari ha doppiato il PIL.

I paradisi fiscali alimentano povertà e disuguaglianze
Le multinazionali fanno spesso ricorso a prestiti artificiali infragruppo per trasferire utili tramite pagamenti di interessi tra le loro sussidiarie: gli utili riconducibili ai pagamenti di interessi rappresentano il 73% del PIL delle Isole Cayman, il 40% nelle Bermuda, il 24% in Lussemburgo. «L'Unione europea deve potenziare i propri criteri di blacklisting includendovi tutte le pratiche fiscali dannose ed estendere l'analisi anche ai propri Stati membri - attacca Chardonnet - I paradisi fiscali favoriscono l'evasione ed elusione fiscale a livelli parossistici, privando i Paesi di centinaia di miliardi di euro e alimentando povertà e disuguaglianza».L'Ue dovrebbe anteporre gli interessi dei cittadini a quelli dei paradisi fiscali e delle grandi corporation, se intende avviare un processo virtuoso di correzione del sempre più insostenibile divario tra ricchi e poveri del nostro tempo. «Servono sanzioni rapide, efficaci e concrete per quei paradisi iscritti nella lista nera. Solo così potremo assicurarci che a quei paradisi non corrisponderanno purgatori e inferni", conclude Chardonnet.