23 maggio 2019
Aggiornato 14:00
Made in Italy

Come e perché 40mila agricoltori stanno salvando il made in Italy

La FAO ha lanciato l'allarme sull'omologazione delle coltivazioni e non a torto perché oltre il 60% delle sementi è nelle mani di 3 grandi multinazionali. Ma alcuni agricoltori italiani hanno deciso di recuperare semi antichi e piante rare dal rischio estinzione

Il made in Italy è a rischio estinzione, ma gli agricoltori non ci stanno.
Il made in Italy è a rischio estinzione, ma gli agricoltori non ci stanno. ( ANSA )

ROMA - Salgono a 40mila gli agricoltori che nelle proprie aziende nel 2016 hanno salvato semi antichi e le piante rare del Made in Italy dal rischio di estinzione. E' quanto emerge dall'analisi della Coldiretti/Ixe' presentata insieme alla Sis, la Società Italiana Sementi sul ritorno delle antiche sementi della tradizione italiana che dopo aver rischiato di sparire dalla tavole sono stati riscoperti per le caratteristiche specifiche di resistenza e per le proprietà distintive, a salvaguardia di un patrimonio alimentare, culturale ed ambientale storico del Paese.

L'allarme lanciato dalla FAO
La tendenza all'omologazione delle coltivazioni spinta dai moderni sistemi di produzione e distribuzione degli alimenti per rendere uniformi varietà e produzioni ha determinato - denuncia la Coldiretti - una concentrazione delle specie coltivate che mettano a rischio sia il potere contrattuale dei produttori agricoli, sia la sovranità alimentare dei vari Paesi e dei loro cittadini. Non a caso la Fao ha lanciato l'allarme per la crescente uniformità delle colture mondiali che ha portato nell'ultimo secolo ad una perdita del 75 per cento della biodiversità vegetale ed ha stimato il rischio dal qui al 2050 della perdita di un terzo delle specie oggi rimaste.

Il 60% delle sementi nelle mani di 3 multinazionali
Un pericolo aumentato dopo un biennio di concentrazioni di grandi gruppi multinazionali che quest'anno ha portato il 60 per cento mercato delle sementi nelle mani di tre multinazionali, con la ChemChina che ha acquisito la Syngenta e le fusioni tra Bayer e Monsanto e tra Dupont e Dow Chemical. La concentrazione dei semi nelle mani di pochi - commentano Coldiretti e Sis - determina il pericolo di indirizzare la produzione esclusivamente verso tipi di coltivazioni più diffuse proprio in un momento in cui i cambiamenti climatici e il conseguente insorgere di nuove fitopatologie richiedono interventi per tutelare adeguatamente il lavoro dei produttori che hanno puntato sulla qualità e sulla biodiversità.

L'attività della Sis
A questa situazione, Sis, la maggiore società sementiera italiana, risponde con la prima produzione certificata del grano duro «Senatore» Cappelli ma anche con la riscoperta di semi di riso, come il «Lido", che dopo essere quasi scomparso agli inizi degli anni '90, torna in produzione perché sta conquistando il palato dei giapponesi, e l'erba medica «Garisenda», storica varietà ottenuta con un attento lavoro di selezione dei semi delle piante migliori di una varietà romagnola, capace di resistere in terreni siccitosi e in aree marginali e di fornire fieno e farina disidratata per una alimentazione animale priva di Ogm. L'attività della Sis, sia nel recupero di antiche varietà, sia nell'attività di ricerca di nuove sementi, è tesa a recuperare il legame tra seme e territorio cogliendone gli aspetti peculiari per valorizzare ogni varietà nello specifico dei suoli, del clima, dell'acqua delle aree dove verranno coltivate, la sua attività di ricerca si svolge in terreni che vanno dalle alpi alla Sicilia, con la moltiplicazione dei semi che viene fatta su una superficie di 14 mila ettari.