22 ottobre 2019
Aggiornato 06:00
Un buco nero da 220 miliardi di euro

Le vere ragioni dello scontro frontale tra Rossella Orlandi e Matteo Renzi

Le accuse della direttrice dell'Agenzia delle Entrate non sono solo una sterile polemica contro l'operato del governo Renzi, ma una risposta precisa a una serie di episodi che fanno dubitare della condotta dell'Esecutivo nella lotta all'evasione fiscale. Ecco perché

Il Premier Matteo Renzi
Il Premier Matteo Renzi ANSA

ROMA - Tempi duri per il Pd. Deve ancora concludersi il triste capitolo della vicenda romana, che quello della Orlandi rischia di diventare il nuovo «caso Marino». La direttrice dell'Agenzia delle Entrate ha dichiarato guerra aperta al presidente del Consiglio, dando vita a un casus belli tra le varie anime del sofferente Partito Democratico, che si scagliano le une contro le altre in difesa o contro la Orlandi. Ma cosa si cela dietro la diatriba politica che riempie la pagine dei giornali?

Cos'è accaduto tra Renzi e la Orlandi?
Le accuse della direttrice dell'Agenzia delle Entrate non sono solo una sterile polemica contro l'operato del governo Renzi, ma una risposta precisa a una serie di episodi che fanno dubitare della condotta dell'Esecutivo nella lotta all'evasione fiscale. Le ragioni di Rossella Orlandi seguono un fil rouge che ha un'origine lontana nel tempo e che è bene ripercorrere per avere un'idea dei fatti odierni. L'armonia che regnava alla Leopolda (parliamo di appena un anno fa) oggi ha lasciato il posto a una malcelata ostilità reciproca tra i due, ma un tempo il presidente del Consiglio e la direttrice dell'Agenzia delle Entrate erano molto vicini l'una all'altro. Cos'è accaduto nel giro di pochi mesi?

I problemi dell'Agenzia delle Entrate
Le parole di Rossella Orlandi non lasciano adito a dubbi. «Le agenzie fiscali rischiano di morire, rimangono in piedi solo per la dignità delle persone che ci lavorano»: è l'accusa scagliata dalla direttrice in direzione di Palazzo Chigi. Un anno dopo la Leopolda, infatti, lo scenario che si presenta davanti agli occhi della Orlandi non è dei più felici: il governo ha appena alzato la soglia del contante, ma è solo l'ultimo, pesantissimo, muro eretto da Matteo Renzi nei confronti dell' «Agenzia delle uscite» (come l'hanno tristemente soprannominata gli italiani). Non sono tempi facili per la direttrice, visto che molti suoi super-dirigenti hanno abbandonato l'Agenzia per cercare lavoro altrove, lasciando scoperti posti delicatissimi per il controllo dei grandi contribuenti, e la faccenda dell'art. 19-bis le aveva già lasciato l'amaro in bocca mesi orsono.

Il caso dell'art. 19-bis
Era lo scorso dicembre, infatti, quando esplose il caso dell'art. 19-bis, e Rossella Orlandi criticò pubblicamente e apertamente l'intenzione del premier di infilarlo nel decreto di attuazione della delega fiscale. La norma stabiliva che se l'Iva o le imposte sui redditi evase non sono superiori al 3% dell'imponibile dichiarato, il reato di evasione fiscale non sussiste. Un passo indietro nei confronti della lotta all'evasione, che nel nostro paese ha sottratto alle casse pubbliche circa 180 miliardi di euro l'anno scorso. L'articolo 19-bis aveva fatto infuriare non solo la Orlandi, ma anche l'ex ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, e perfino diversi esponenti della maggioranza di governo. In molti vi lessero l'intenzione di fare un regalo gradito a Silvio Berlusconi in omaggio al patto del Nazareno.

L'innalzamento del tetto del contante
La Orlandi ha successivamente dovuto far fronte all'esodo dei super-dirigenti delle Entrate, diretti verso il settore privato dopo che la Corte Costituzionale ha giudicato illegittime circa 800 promozioni, degradando i dirigenti in questione a semplici funzionari (con annessa riduzione dello stipendio). L'Agenzia è rimasta perciò priva di importanti professionisti e non in condizione di svolgere al meglio il suo lavoro. Come se non bastasse, ecco che il governo ora alza perfino la soglia del contante, portandola a tremila euro, rinnegando improvvisamente il legame tra cash ed evasione fiscale. Via libera, dunque, perfino agli affitti (una delle noti dolenti del paese) pagati in contante per evitare qualsiasi forma di controllo. Un altro passo indietro.

Un buco nero da 220 miliardi di euro
La Orlandi non è l'unica ad alzare la voce. Anche il Cnel ammonisce Matteo Renzi: «il tetto di 3mila euro per il contante non facilita i consumi ma l’evasione fiscale», e sottolinea che «il contrasto all’evasione fiscale» necessariamente «deve recuperare centralità nella Legge di stabilità e nell’azione del governo». Tra le misure da correggere, sempre secondo il Cnel, ci sarebbe anche la detassazione degli immobili di lusso. Se è vero allora che con la voluntary disclosure l'Esecutivo conta di incassare circa 3 miliardi di euro, e di mettere a segno un buon colpo nella lotta all'evasione, emergono tuttavia forti criticità rispetto alle questioni sopra affrontate. Ed è inevitabile chiedersi come mai le parole di Rossella Orlandi (che solleva sofferenze evidentemente reali e problemi legittimi, tanto che perfino Pier Carlo Padoan ne ha preso le difese) suscitino nel presidente del Consiglio tanta indignazione. Soprattutto in un momento di crisi come quello che stiamo attraversando, e quando alcuni dati riportano che l'evasione fiscale potrebbe costare al paese quest'anno più del previsto: addirittura 220 miliardi di euro.