10 luglio 2020
Aggiornato 20:30
La maglia nera dell'Italia

Caro Renzi, ti spieghiamo perché la scuola ha prima bisogno di investimenti. Poi di riforme

La ricetta degli economisti per uscire dalla crisi è arcinota: non servono tagli, ma incentivi per la domanda aggregata. E, soprattutto, servono investimenti nell’istruzione e nella R&S

ROMA – La «buona scuola» di Matteo Renzi è legge. Con 277 voti favorevoli, Montecitorio ha approvato la quarta riforma scolastica degli ultimi quindici anni. Nonostante il sì del Parlamento, non si fermano però le contestazioni da parte dei docenti, degli studenti e dei sindacati, che minacciano altri scioperi e manifestazioni. E se il problema non fosse tanto la riforma appena sfornata dal governo attuale, ma la miopia di tutti quelli precedenti?

Cosa cambia con la «buona scuola»
I cambiamenti saranno tanti. E molti di essi sono oggetto di critiche e contestazioni (condivisibili), che non si fermeranno nonostante l’approvazione di Montecitorio. Tuttavia, dribblando tra il superpotere dei presidi-leviatani, le agevolazioni fiscali e lo school bonus per le paritarie, la teoria del gender e la marginalizzazione dei sindacati (che di danni rischiano di farne non pochi al sistema scolastico nel suo complesso) è possibile scorgere dell’altro. Un problema strutturale che ha radici profonde, lontane del tempo, che i nostri governi hanno preferito di gran lunga ignorare deliberatamente. La «buona scuola» avrebbe bisogno soprattutto di una cosa: investimenti e spesa pubblica.

Di cosa ci sarebbe bisogno
La ricetta degli economisti per uscire dalla crisi (parliamo dei keynesiani in modo particolare) è arcinota: non servono tagli, ma incentivi per la domanda aggregata. E soprattutto, servono investimenti nell’istruzione e nella R&S. I giovani di oggi sono i lavoratori di domani, e nessuna strategia economica di lungo periodo dimenticherebbe di puntare sul capitale umano delle future generazioni. Nessuna, tranne quella dei nostri politici, evidentemente. I governi succedutisi negli ultimi anni, infatti, così ligi – come scolaretti, è il caso di aggiungere – a conformarsi ai dettami di Bruxelles e alle regole dell’austerity, hanno scelto di sacrificare l’istruzione del nostro paese a discapito dello sviluppo economico nazionale. Era necessario rispettare le regole di bilancio, e i tagli hanno colpito duramente la scuola italiana.

Il triste primato dell’Italia
Come ci ricorda Elisabetta Segre nell’articolo pubblicato su sbilanciamoci.info, il Belpaese ha un triste primato: l’Italia è la nazione che in Europa spende per il sistema scolastico la quota più piccola della ricchezza prodotta ogni anno. Arriviamo a stento al 4% del Pil, mentre il paese più virtuoso è la Danimarca, che investe nell’istruzione il 7% del suo prodotto nazionale. Inoltre, l’Italia detiene un altro record negativo - anche se questa volta la maglia nera se l’aggiudica l’Ungheria, e noi ci classifichiamo «solo» al secondo posto -: riguarda la spesa complessiva (pubblica e privata) per singolo studente. Questo dato si è contratto tra il 2008 e il 2011 di oltre il 12%! Significa che, durante la crisi economica, è stata l’istruzione a pagare probabilmente il prezzo più alto. Non così altrove: nello stesso periodo, e nonostante la crisi, altri paesi hanno invece aumentato la spesa complessiva destinata agli studenti. All’apice della classifica troviamo, infatti, la Polonia e la Germania che hanno incrementato rispettivamente del 16% e del 12% lo stesso dato. La Germania è stato inoltre l’unico paese europeo ad aver aumentato, dal 2008 al 2012, i fondi destinati alla R&S (non è un caso che sia diventata, anche grazie ai suoi investimenti, l’economia più forte del continente). La scuola italiana, prima ancora che di riforme, ha bisogno di finanziamenti. Ma di questo non si parla, perché è più facile nascondere la polvere sotto il tappeto.