26 aprile 2019
Aggiornato 04:00
Il «grande vecchio» della finanza italiana difende Renzi

Popolari: per Bazoli la riforma è ok

Il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo ha spiegato che il dl per trasformare le «banche cooperative» con più di 8 miliardi di euro di attivi in Spa, non è un «attacco del governo al modello» perché si applica solo a un numero limitato di istituti». Anzi, è «un intervento di grande portata»

MILANO – Giovanni Bazoli ha «benedetto» la riforma delle banche Popolari avviata dal premier Matteo Renzi. Il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo ha spiegato, che il decreto legge del 20 gennaio per trasformare le Popolari con più di 8 miliardi di euro di attivi in Società per azioni, non è un «attacco del governo al modello popolare» perché si applica solo a un numero limitato di istituti di questo tipo.

MODELLO POPOLARI RIMANE - «Non voglio entrare nella polemica, voglio solo sottolineare - ha detto Bazoli - che non è stato messo in discussione il modello popolare», ha ricordato il banchiere. Infatti per tutte le banche popolari che non raggiungono gli 8 miliardi in cassa, circa 60, non si metterà in discussione l'articolo 30 del Testo Unico bancario che disciplina il voto capitario (uno vale uno nell'assemblea dei soci, nonostante le quote possedute) e i limiti alla partecipazione nel capitale dei singoli soci e delle fondazioni bancarie.

INTERVENTO DI GRANDE PORTATA - Il «grande vecchio» della finanza italiana ha proseguito: «E' un errore madornale ritenere che sia stato un attacco del governo al modello popolare. E' stato solo detto che il modello popolare, per un numero limitato di banche che si trovino in una situazione determinata dai criteri della loro dimensione e quotazione in Borsa, forse non corrisponde più alla natura propria delle banche popolari». Il decreto del governo, ha ribadito Bazoli, «non mette assolutamente in discussione il valore delle banche popolari che non si trovano in quelle situazioni. Credo che si debba onestamente riconoscere che si tratta di un intervento di grande portata, ma non mette in discussione il modello delle popolari».

DALL'AMBROSIANO A INTESA - Ma chi è Bazoli? Fino al 1982 ha esercitato la professione di avvocato, ma già nel 1974 ha mostrato un certo interesse per il mondo del credito entrando nel Consiglio di amministrazione della Banca San Paolo di Brescia. Dal 1982 in avanti poi, tutta la sua attività professionale si concentra nel settore bancario. Con la morte di Roberto Calvi, il direttore del Banco Ambrosiano trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri di Londra, l'istituto venne messo in liquidazione da parte della magistratura. Mezza banca venne acquisita da Popolare di Milano, San Paolo di Brescia, Credito Romagnolo e Credito Emiliano, l'altra metà da 3 istituti di credito allora pubblici Bnl, San Paolo di Torino e Imi. I «privati» indicarono come loro garante Bazoli, che divenne presidente del risorto Ambrosiano. Due anni dopo Bazoli gestì la cessione del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera (da Angelone Rizzoli a Roberto Calvi). Il gruppo editoriale passò nelle mani di diverse società, fra cui compariva anche la Mittel dove Bazoli era presidente. Sempre sotto Bazoli si formò il Banco Ambrosiano Veneto, grazie alla fusione con la Banca Cattolica del Veneto. Nel 1990 fece entrare nell'azionariato del Banco il gruppo francese Crédit Agricole. Nel 1997 divenne presidente di Banca Intesa, nata dalla fusione fra Ambroveneto e Cariplo.

IMPUTATO PER TRUFFA - Tra il 2008 e il 2012 poi è stato anche consigliere della Popolare Ubi banca dove è incappato in un guaio giudiziario. Il prossimo 6 luglio infatti dove comparire sul banco degli imputati del tribunale di Trani, con altre 15 persone, per truffa pluri-aggravata e continuata. A rispondere alle domande del pubblico ministero Michele Ruggiero, fra gli altri Corrado Passera, ex ministro per lo sviluppo economico e amministratore delegato (ad) di IntensaSanpaolo sino al 2011; Giovanni Gorno Tempini, ex amministratore delegato di Banca Caboto, oggi ad di Cassa depositi e prestiti; Enrico Salza, ex presidente del consiglio di gestione di IntesaSanpaolo; Giampio Bracchi, ex vicepresidente e componente del comitato esecutivo di Banca Intesa; e Andrea Munari, ex ad di Banca Caboto. Tutti sono accusati, a vario titolo, di aver fatto sottoscrivere prodotti derivati (swap) a due imprenditori, Ruggiero Di Vece, (ditta Euroalluminio), e Vincenzo Grimaldi, (Vingi Shoes) dicendo loro che avrebbero permesso una «copertura dal rischio di variazione del tasso d’interesse» variabile sui mutui che i due avevano acceso tra il 2004 e il 2011. Stando all'accusa invece agli imprenditori erano stati fatti sottoscrivere derivati costruiti in modo da generare profitti solo per gli istituti di credito (stimati in circa 260mila euro).