24 agosto 2019
Aggiornato 04:00
Ma per Draghi darà fiducia all'Eurozona

Il piano Juncker: molte leve e pochi soldi

A Bruxelles è stato approvato il piano Juncker, con gran soddisfazione del premier, Matteo Renzi, che ha sottolineato l'introduzione del termine «flessibilità» nella valutazione dei conti pubblici dei paesi membri. Ma il nuovo fondo per gli investimenti presenta criticità e debolezze che aprono dubbi sulla sua efficacia.

ROMA - A Bruxelles è stato approvato il piano Juncker, con gran soddisfazione del premier, Matteo Renzi, che ha sottolineato l'introduzione del termine "flessibilità" nella valutazione dei conti pubblici dei paesi membri. Ma il nuovo fondo per gli investimenti presenta criticità e debolezze che aprono dubbi sulla sua efficacia. 

LA SODDISFAZIONE DI RENZI - Via libera al piano Juncker. I capi di Stato e di governo dei Paesi Ue, riuniti ieri a Bruxelles, hanno approvato il nuovo piano per gli investimenti strategici (Efsi) che metterà a disposizione degli stati membri 315 miliardi per rilanciare la crescita economica nel biennio 2015-2017. Grande entusiasmo da parte del premier italiano, Matteo Renzi, che si dice molto soddisfatto per le conclusioni formali del vertice svoltosi a Bruxelles. L'occasione è stata anche il pretesto per un confronto Renzi-Juncker, dopo il rinvio a marzo della valutazione dei conti pubblici italiani. Il presidente della Commissione Europea ha espresso «piena fiducia» nei confronti del leader italiano e delle sue riforme; e il nostro presidente del Consiglio, a sua volta, ha sottolineato con orgoglio e soddisfazione l'introduzione del termine «flessibilità» nel passaggio finale delle conclusioni formali del vertice, con cui la Commissione si impegna a scomputare dal Patto di Stabilità i contributi nazionali. Inoltre è stato concesso agli Stati membri dell'Ue il pagamento rateizzato del contributo al bilancio comunitario, derivante dalle nuove modalità di calcolo dei conti pubblici.

APPLAUSI E PUNTINI SULLE «I» - L'unico puntino sulla «i» è stato quello della cancelliera Angela Merkel, che ha ricordato quanto il rigore del Patto di Stabilità sia importante: «perché determina la fiducia degli investitori internazionali». Plausi significativi invece dal presidente della Bce, Mario Draghi, che ha accolto con grande favore il piano Juncker, sostenendo che potrà «contribuire ad aumentare il livello della fiducia nella zona euro», ma ha anche sottolineato le tre condizioni necessarie perché il piano sia «efficace»: attuazione rapida, investimenti con elevato ritorno e opportunità per spingere sulle riforme strutturali. Che ci siano queste tre condizioni però è tutto da verificarsi, giacché – nonostante gli entusiasmi collettivi e le soddisfazioni personali - non mancano gli interrogativi sul piano degli investimenti lanciato dal nuovo presidente della Commissione UE.

IL PIANO E LE SUE CRITICITÀ - L'Efsi avrà un capitale iniziale di 21 miliardi di euro (per ora solo 13 effettivi): 5 miliardi saranno forniti dalla Banca Europea per gli Investimenti, gli altri 16 miliardi arriveranno dai fondi del bilancio UE. Di questi 16 miliardi, 8 saranno costituiti da risorse già stanziate e che dovranno essere ricollocate. La BEI utilizzerà questi 21 miliardi per emettere obbligazioni e raccogliere fondi sul mercato, per un totale di 60 miliardi, con cui finanziare -si spera - molteplici progetti di sviluppo. Da qui in poi si prevede un effetto moltiplicatore e l’arrivo di nuovi investimenti «esterni». Infatti, con questi 21 miliardi iniziali, posti a garanzia, l’obiettivo sarebbe quello di generare tra il 2015 e il 2017 molti nuovi prestiti e, successivamente – grazie all'effetto leva - investimenti per almeno 315 miliardi di euro. Si tratta di un effetto moltiplicatore: dopo l'entusiasmo iniziale, seguito all'annuncio del piano Juncker il 26 novembre scorso, non sono mancate critiche e scetticismi sull'efficacia del programma. Il «Financial Times» lo ha bocciato duramente, giudicandolo incapace di rilanciare la crescita nell'area Euro. Nella sua analisi, Wolfang Munchau ha criticato non tanto la struttura finanziaria applicata – il nuovo fondo viene anzi definito «un intelligente» strumento finanziario - , ma l'efficacia del moltiplicatore.

IL VERO PROBLEMA SONO LE (NON) ASPETTIVE KEYNESIANE - Dagli iniziali 8 miliardi presi in prestito dal budget UE, infatti, dovrebbero prodursi i 315 miliardi d'investimento previsti dal programma: la BEI aggiunge altri 5 miliardi ai primi 8, e li usa tutti per raccogliere altri 60 miliardi cash mediante l'emissione di obbligazioni (prima leva). Questo «gruzzoletto» dovrebbe servire a co-finanziare mediante una garanzia (seconda leva) gli altri 315 miliardi che arriverebbero dal settore privato. Proprio il fatto che la BEI si limiterebbe esclusivamente a emettere una garanzia potrebbe rendere più difficile attrarre gli investitori disposti ad acquistare le obbligazioni. Inoltre, il vero problema consisterebbe in una questione squisitamente economica. Se il piano Juncker punta ad attivare 315 miliardi di investimenti, è anche vero che nulla potrebbe contro investitori mal disposti a partecipare non tanto per mancanza di fondi, quanto per mancanza di aspettative positive sulla crescita e la ripresa dell'economia nel suo complesso. Perciò la domanda vera non è tanto se Juncker raggiungerà il target dei 300 miliardi, ma se gli investitori del settore privato saranno disposti a fare la loro parte per far crescere il Pil della zona Euro dell'1% all'anno, come previsto dal programma.

Perciò, a conti fatti, considerando che l'Efsi è costituito dai soldi depositati dagli Stati membri nelle casse dell'UE, che poi ce li restituisce – concedendoci «generosamente» di sforare il Patto di Stabilità – non sarebbe meglio che ci desse direttamente la possibilità di investirli autonomamente secondo le esigenze nazionali contingenti?