22 ottobre 2019
Aggiornato 19:00
I silenzi contano più delle parole

Le parole (dette e non dette) di Squinzi a Confindustria

Nella relazione non compaiono, per esempio, le parole «licenziamenti» e «articolo 18», nonostante nei mesi scorsi abbiano dominato la politica e le polemiche economico-sociali

ROMA - Poichè a volte i silenzi contano più delle parole, ciò che ha colpito questa mattina nella relazione del neopresidente di Confindustria Giorgio Squinzi, sono più le parole non dette che quelle pronunciate. Nella relazione non compaiono, per esempio, le parole «licenziamenti» e «articolo 18», nonostante nei mesi scorsi abbiano dominato la politica e le polemiche economico-sociali. E' vero che, a pagina 35, Squinzi dedica due righe alla riforma del lavoro giudicata «non sempre convincente», ma tutto finisce lì, salvo una dura presa di posizione contro ipotesi di «partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'impresa» imposti per legge, come chiede un emendamento spuntato a sorpresa in Senato.

Insomma, come già si sapeva, l'articolo 18 proprio non è rilevante per Squinzi che ha invece puntato su quattro parole-chiave: Europa (addirittura Stati Uniti d'Europa), semplificazione burocratica, fisco orientato allo sviluppo e riduzione della spesa pubblica. La platea sembra aver condiviso, visto che ha tributato l'applauso più forte (dopo la standing ovation per Falcone e Borsellino) a questa frase di Squinzi: «Gli italiani stanno sopportando grandi sacrifici e non capiscono perchè l'Azienda Stato non possa risparmiare come risparmia l'impresa nella quale lavorano».

Altre parole assenti dalla relazione squinziana sono «politica» e ovviamente «antipolitica», «partiti» e «riforme istituzionali». Sembra passato un secolo da quando Confindustria scendeva in campo nel '92-'93 a favore dei referendum elettorali. L'unico uomo di Stato citato (a parte Napolitano, che ha inviato il suo messaggio di saluto, e Passera e Grilli esortati a dare immediata attuazione alle intese per lo sblocco dei crediti alle imprese) è stato Einaudi, ma come economista.

«Migliaia, milioni di individui - questa la citazione - lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. E' la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di guadagno. Il gusto,l'orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele (intese come clienti, non come seguaci politici ndr) sempre più vaste, ampliare gli impianti, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno».

Insomma, una rivendicazione pignola dei valori etici dell'impresa e dell'imprenditore, per cui il guadagno è certamente un obbiettivo, ma forse neppure il maggiore. Accenti si direbbe shumpeteriani, da «animal spirit», da «distruzione creatrice», se il tono di una relazione sobria, fattuale, si direbbe «tecnica», consentissero qualche svolazzo intellettualistico.

Insomma, un «ricentraggio» sull'impresa, di cui Squinzi rivendica orgogliosamente la centralità come produttrice di reddito, ricchezza, benessere e occupazione per l'intera società. In fondo, sembra dire Squinzi invitando i colleghi a tornare a occuparsi a tempo pieno di fabbriche, prodotti, marchi, export e campionari, saranno importanti le riforme costituzionali e la legge elettorale, Monti e la Merkel, Berlusconi e Grillo, ma l'uscita dell'Italia dalla crisi dipende soprattutto da noi. Per cui, per favore, lasciateci lavorare.