21 maggio 2019
Aggiornato 02:00
Editoriale

Profumo: ma i soldi dei libici non erano una manna?

La crescita di Gheddafi nel capitale della banca fa saltare la testa del leader di Unicredit

L’Italia, se vuole uscire dalla crisi politica ed economica in cui versa deve per prima cosa mettersi d’accordo con se stessa.

Gli investimenti libici in soccorso dell’Italia
Non è passato un mese da quando il nostro paese ha approntato un palcoscenico sontuoso per ospitare lo show di Gheddafi.
Dopo avere depositato nelle mani del leader libico 5 miliardi di euro i cui costi ( grazie ad una legge votata da destra e da sinistra) ricadranno sui contribuenti italiani, abbiamo dovuto chiudere tutti e due gli occhi per far finta di non vedere che il colonnello si è tolto lo sfizio di fare una lezione di religione (a pagamento) ad alcune centinaia di ragazze italiane, nel corso della quale ha addirittura svilito (o smentito) la figura di Gesù Cristo.
Non sono passate che poche ore da quando abbiamo mandato giù il rospo di una motovedetta libica, che noi stessi abbiamo regalato a Gheddafi, che si è messa a mitragliare pescatori siciliani pienamente in diritto di essere nelle acque dove invece sono stati attaccati.
Quest’ultimo è un rospo che abbiamo subito, sebbene a malapena alleviato dalle flebili scuse diplomatiche della Libia.
La medicina può essere amara, ci è stato detto, ma i soldi libici che ci assicura sono benedetti e indispensabili.
Qualcuno, di fronte a queste affermazioni, ha obiettato che quando si cominciano a fare deroghe così vistose ai principi fondamentali è difficile che il futuro sia roseo. Ma alla fine, passato il polverone, tutti i bocconi amari libici sono stati digeriti. Sempre in nome dei capitali provenienti dalla Libia.

Gli investimenti libici in Unicredit al centro del terremoto nella banca
Ora invece c’è la testa di uno dei nostri banchieri più importanti che sta per saltare proprio perché ha aperto le porte agli investimenti dei libici.
La guerra in Unicredit, è di questo che stiamo parlando, è diventata non solo una vicenda che riguarda il futuro della più importante banca italiana, ma anche il paradigma delle stato confusionale in cui versa il nostro paese.
Le dimissioni di Alessandro Profumo, cioè dell’uomo che guida Unicredit da oltre quindici anni, non sono richieste a gran voce dagli azionisti della banca in nome del suo operato, ma come reazione all’aver consentito che i libici complessivamente raggiungessero il 7,5 per cento del capitale dell’istituto.
«Doveva avvertirci e non l’ha fatto», si sono lamentati gli azionisti tedeschi di Unicredit che per primi hanno sollevato il caso.
«I libici non li abbiamo chiamati noi», ha replicato nei giorni scorsi Alessandro Profumo.
Staremo a vedere se questa giustificazione basterà a salvargli la poltrona.

Le colpe di Profumo
Resta il fatto che è molto difficile immaginare che le massime autorità italiane, così propense nell’allargare le braccia ai soldi dei libici, non siano state avvertite da Alessandro Profumo che quello che auspicavano si stava già avverando in massa nella più importante banca del nostro paese.
Ma se è così, c’è da chiedersi perche le fondazioni bancarie, che fanno capo appunto alle massime autorità italiane, non siano già scese in difesa del banchiere che si sarebbe mosso nell’interesse dell’Italia.
Le fondazioni sembrano invece sostenere la sua decapitazione, voluta dai soci tedeschi che hanno in animo di sostituire Profumo ( più o meno momentaneamente) con Dieter Rapl, presidente di Unicredit e loro uomo di garanzia.

Scendono in campo i tedeschi
Chi sostiene di conoscere cosa si muove dentro le fondazioni che presiedono sull’Unicredit, lascia intendere che a monte ci sia la volontà del Lega Nord di contare di più nella banca a maggiore trazione internazionale che abbiamo.
Se così fosse, però, c’è ragione di dubitare sull’esito fortunato di un riequilibrio delle faccende italiane messo nelle mani di alleati (ma pur sempre concorrenti) stranieri.
La storia del nostro paese trabocca di episodi in cui le beghe e le risse dei potentati interni sono state risolte dall’intervento di «amici» venuti da fuori con le loro armi.
Sappiamo infatti bene che non c’è stata volta in cui la discesa nella penisola degli eserciti (sia economici che militari) dei salvatori di turno non si sia tradotta alla fine in una dura disfatta degli interessi generali degli italiani.