14 ottobre 2019
Aggiornato 12:00

Il calcio piange Mondonico, allenatore buono di un calcio genuino

Il tecnico lombardo si è spento a 71 anni dopo una lunga malattia, lasciando un ricordo indelebile negli appassionati

Emiliano Mondonico era nato a Rivolta d'Adda (CR) il 9 marzo 1947
Emiliano Mondonico era nato a Rivolta d'Adda (CR) il 9 marzo 1947 ANSA

MILANO - Cosa dire di Emiliano Mondonico? Cosa dire proprio il giorno della sua scomparsa a 71 anni appena compiuti dopo una battaglia lunga e difficoltosa contro una malattia che non ha smesso di attaccarlo da 7 anni a questa parte, incontrando la strenua ed orgogliosa difesa di un vecchio baluardo del calcio all'italiana che ha respinto il male fino all'ultimo proprio come faceva con le sue squadre. Rischiare di cadere nella retorica è molto semplice, eppure è curioso come in pochissimi giorni siano scomparsi due personaggi molto simili e la cui morte ha intristito i rispettivi appassionati: da una parte Fabrizio Frizzi, apprezzatissimo conduttore televisivo che ha conquistato il pubblico della tv grazie alla sua semplicità e ad un sorriso sempre disponibile, dall'altra Emiliano Mondonico, ex allenatore di un calcio vecchio stampo, di quel calcio che forse in Italia non ha appassionato tutti ma che è stata una delle armi vincenti del pallone di casa nostra.

Una carriera in trincea

Tanto estroso e discontinuo da calciatore quando una volta si fece squalificare apposta per poter correre a Milano al concerto dei Rolling Stones, tanto pragmatico e risoluto da allenatore quando, ancora giovane, riporta in serie A la Cremonese dopo 54 anni di assenza. Cremona, la provincia da cui Mondonico ha spiccato il volo verso una carriera in panchina da combattente: l'Atalanta, anch'essa riportata in massima serie ma soprattutto condotta ad una clamorosa e sfortunatissima semifinale di Coppa delle Coppe nel 1988 quando i nerazzurri, all'epoca in serie B, fanno strada in Europa sino alla soglia della finale, estromessi da una doppia sconfitta con gli ostici belgi del Malines che due anni più tardi faranno tremare il Milan di Arrigo Sacchi in Coppa Campioni. Ma la figura di Emiliano Mondonico è legata maggiormente al Torino, allenato in due riprese, prima dal 1990 al 1994, poi al 1998 al 2000; leggendaria la finale di Coppa Uefa del 1992 contro l'Ajax, persa solo per i gol in trasferta e col Torino che ad Amsterdam prende tre pali e si vede negare un rigore solare, con Mondonico che, infuriato e fuori di sè, brandisce fra le mani una sedia accanto alla sua panchina e la alza verso il cielo, una scena che ancora oggi scalda il cuore dei tifosi granata. "Forse non avevo ragione in quella circostanza - ammetterà il tecnico anni dopo - ma la rabbia per non aver regalato al Torino la prima coppa europea della sua storia era troppo grande». Regalerà una Coppa Italia l'anno successivo al termine di una doppia drammatica finale contro la Roma (3-0 al Delle Alpi, 5-2 giallorosso al ritorno all'Olimpico) e che ad oggi è l'ultimo trofeo sollevato dalla compagine torinista.

Vecchiaia

Napoli, Cosenza, Fiorentina (la sua squadra del cuore fin da bambino), AlbinoLeffe (salvato dalla retrocessione in serie C), un ritorno sfortunato a Cremona con finale playoff per la serie B persa, infine la sua ultima esperienza da tecnico a Novara in serie A nel 2012, ultime tappe di una carriera con risultati sudati e combattuti, un calcio definito pane e salame nel senso migliore del termine, perchè Mondonico ha sempre schierato le sue squadre con una precisa identità tattica ed un temperamento riconosciuto anche dai colleghi, anche da quegli allenatori più votati al calcio champagne che al catenaccio; il Torino di Mondonico, peraltro, difficilmente mostrava un gioco meschino, anzi, attaccanti come Casagrande e Silenzi hanno vissuto col tecnico lombardo il picco della propria carriera. La lunga lotta contro un tumore che lo ha attanagliato dal 2011 ha dimostrato ancora una volta come Mondonico fosse incline al combattimento: lo chiamava la bestia, ma non ne aveva paura, come quando non aveva paura di affrontare Van Basten e Roberto Baggio. "Ho il 30% delle possibilità che la bestia si rifaccia viva - aveva detto appena pochi mesi fa - ma se lo farà io sarò qui ad aspettarla». Stavolta ha vinto lei, senza però scalfire il ricordo e le gesta di un allenatore che l'Italia del calcio ricorderà come una delle sue rappresentazioni più genuine.