14 luglio 2024
Aggiornato 03:00
Invasione di campo

Tutte le colpe di mister Inzaghi

Al Milan è tempo di processi e, come sempre accade quando una squadra è in difficoltà, il primo a salire sul banco degli imputati è l’allenatore. Squadra senza gioco, senza grinta, senza carattere, ma la colpa più grave è di chi ha scelto di puntare su un tecnico inesperto.

Agnello sacrificale oppure responsabile della pericolosa deriva intrapresa dal Milan nelle ultime giornate? È questo l’interrogativo che ormai da giorni rimbalza nei discorsi tra tifosi, nelle analisi degli addetti ai lavori, nei commenti degli opinionisti, nelle cronache degli organi di informazione. 

Fino a qualche settimana fa Filippo Inzaghi sembrava l’eroe della patria, l’uomo capace di riportare il sorriso in un ambiente immalinconito dal declino societario di quello che un tempo era il club più titolato al mondo.

La verità come sempre non è mai da una parte sola. In una ingloriosa classifica di demeriti, la palma di leader indiscusso va assegnata al cavalier Berlusconi, deus ex machina di un ridimensionamento evidente, pur se mai ammesso pubblicamente. I tifosi l’hanno capito benissimo ed è per questo che ormai mal digeriscono i proclami fuori luogo del presidente hip hip hurrà, l’uomo capace di dichiarare al mondo, con il rischio concreto di venire ridicolizzato, che la rosa del Milan non è inferiore a quella di Juventus e Roma.

La sconfitta in casa contro l’Atalanta sembra aver scoperchiato una specie di pentola a pressione. Giocatori sull’orlo di una crisi di nervi, allenatore incapace di porre un freno a questa caduta libera, amministratori delegati impotenti di fronte a uno scempio tecnico del genere e per finire un presidente che ha ripreso a sputare sentenze e poi smentire, seguendo un canovaccio già visto e rivisto negli ultimi anni. 

Il popolo rossonero ormai è stanco. Il gradimento nei confronti della famiglia Berlusconi e dell’amministratore delegato Galliani è sceso ai minimi storici e non potrebbe essere altrimenti visto l’andazzo preso dalla società. La parola «programmazione» è stata cancellata dal vocabolario milanista, messa al bando dalla santa inquisizione berlusconiana quasi come l’altro termine deleterio e traditore, «investimento». Il tutto senza mai avere il coraggio di parlare chiaro e dichiarare che adesso si deve ricominciare da zero. 

In questo scenario societario, degno di un film horror, è difficile puntare il dito contro Filippo Inzaghi. Eppure, Fatte salve tutte le responsabilità di una dirigenza colpevole senza possibilità di appello, non è corretto sottovalutare i limiti palesati da Pippo Inzaghi alla sua prima esperienza in panchina. Numeri agghiaccianti, di quelli che in qualsiasi altro contesto, dalla A al campionato dilettanti, avrebbero già avuto un’unica drastica conclusione, tabula rasa dello staff tecnico e via per una nuova avventura. Seconda sconfitta interna consecutiva, quarto tonfo casalingo su nove partite disputate a San Siro, un solo punto conquistato nel 2015, una sola vittoria nelle ultima cinque partite e appena due nelle ultime dodici, il terzo posto ormai lontano sette punti e, come se non bastasse, il meritato ottavo posto, da cui il Milan era partito ad agosto, finalmente riconquistato.

Su una cosa Berlusconi ha ragione: non è tollerabile vedere il Milan giocare in quel modo (senza grinta, senza idee, senza verve, senza personalità) contro squadre di livello tecnico inferiore. Perché se è vero che la rosa rossonera è indiscutibilmente inferiore - e di parecchio - a quella di diverse squadre della nostra serie A, non si può certo dire che l’Atalanta (solo per citare l’ultima carnefice del povero diavolo) sia più forte, solida e qualitativamente migliore del Milan. 

E non si tratta solo dei bergamaschi. Facendo un rapido percorso a ritroso vengono fuori il pareggio indecoroso contro il Torino, le sconfitte interne contro Sassuolo e Palermo, i pareggi esterni contro Empoli, Cesena e Cagliari, per un totale imbarazzante di 4 punti messi insieme in sette partite contro squadre sfacciatamente inferiori al Milan.

Se poi azzardiamo un paragone con il girone di ritorno dello scorso campionato, quando c’era Seedorf al timone e il Milan raggranellò ben 9 punti in più rispetto ai 26 conquistati da Inzaghi, per Super Pippo diventa davvero difficile uscire pulito da questo florilegio di errori.

A questo punto può esistere un rischio esonero? Ma no, stia pur tranquillo l’allenatore rossonero. Con Clarence ancora a libro paga, nel malaugurato caso di licenziamento di Inzaghi, il Cavaliere si troverebbe costretto a elargire lo stipendio a ben tre allenatori e questa eventualità mette al riparo il tecnico da qualsiasi sorpresa. 

Primo non spendere, è questo il nuovo imperativo del Milan.