18 novembre 2018
Aggiornato 05:00

Il tuo cervello è progettato per essere distratto: le prove scientifiche

Una team di ricerca della Princeton University ha scoperto che il nostro cervello è stato progettato per essere distratto: si tratta di un vantaggio evolutivo
Il tuo cervello è progettato per essere distratto
Il tuo cervello è progettato per essere distratto (ImageFlow | Shutterstock)

Vi è mai capitato di fare di tutto per concentrarvi su qualcosa ma dopo pochi minuti siete, mentalmente, in tutt’altro posto? Ecco, per quanti sforzi cerchiate di fare, sappiate che gli scienziati hanno appena scoperto che il nostro cervello è stato progettato proprio per essere distratto. Quindi, che senso potrebbe avere fare tanta fatica per niente? Ecco i risultati di un nuovo (e interessante) studio.

Raffiche di attenzione
Un nuovo studio, condotto sia su esseri umani che primati, è arrivato alla conclusione che la nostra capacità di concentrazione è stata sviluppata in maniera da avere solo raffiche di attenzione e mai episodi estremamente lunghi o ininterrotti. Quindi, anche mentre ascolti un insegnante, leggi un libro o questo articolo, sappi che non ti stai concentrando totalmente su ciò che stai facendo. Se ci fai caso noterai che avrai momenti di alta attenzione associati a quelli di bassa con un’alternanza media fino a 4 volte al secondo.

Siamo sempre distratti
In pratica, gli scienziati della Princeton University, in collaborazione con quelli della University of California di Berkeley hanno scoperto che siamo sempre distratti da qualcosa. Solo che in alcuni momenti – o in alcune persone – i momenti di distrazione sono talmente tanti da accorgersene più facilmente.

Cosa facciamo in quei momenti?
Probabilmente vi rendete conto di non esservi concentrati su ciò che stavate facendo ma non riuscite a ricordare esattamente dove ha spaziato la vostra mente in quel momento. A detta degli scienziati, nel momento di distrazione, il nostro cervello fa una sorta di pausa e scansiona tutto l’ambiente. Lo scopo sarebbe quello di comprendere se vi è qualcosa al di fuori del focus di attenzione che potrebbe anche essere più importante.

Qual è l’informazione più importante?
In pratica il nostro cervello si pone una domanda ben precisa: tra ciò che c’è intorno a me da dove attingo le informazioni più importanti? «Il cervello non può elaborare tutto nell'ambiente. Sono stati perciò sviluppati quei processi di filtraggio che consentono di concentrarsi su alcune informazioni a scapito di altre», spiega Ian Fiebelkorn, ricercatore associato presso il Princeton Neuroscience Institute (PNI).

Un film continuo
Perché, dunque, non ce ne accorgiamo? Secondo il team guidato da Fiebelkorn il nostro cervello percepisce la realtà come un film continuo. «Questa è una scoperta straordinaria che rimanda al vecchio dibattito sul fatto che la percezione sia continua. Il modo in cui percepiamo il nostro ambiente sensoriale sembra essere proprio così come appare. Ma i nostri risultati mostrano che questo è soggettivo. Quello che succede veramente è che le nostre percezioni passano attraverso i cambiamenti ritmici», ha sottolineato Sabine Kastner, professore di psicologia.

Una vecchia storia
L’esistenza dei ritmi cerebrali riporta a una vecchia storia, risalente a oltre un secolo fa. A qui tempi, uno psichiatra di nome Hans Berger, fu vittima di un incidente a cavallo proprio in quel momento la sorella inviò un telegramma al fratello. In questo la donna raccontò di uno strano sogno in cui vedeva che lui sarebbe caduto da cavallo e si sarebbe fratturato una gamba. Il medico pensò subito a un caso di telepatia e decise di cambiare la sua vita, dedicandola alla medicina. Si rinchiuse per diverso tempo nel suo laboratorio per eseguire molte sperimentazioni. Tra queste anche il famoso elettroencefalogramma, usato ancora ai giorni nostri. I primi prototipi, mostravano appunto, lo schema ritmico delle onde cerebrali. Solo oggi sappiamo che tali ritmi corrispondono all’alternanza tra due stati cerebrali: il primo associato alla concentrazione e l’altro alla distrazione.

Cosa succede quando siamo distratti
In pratica, quando le onde cerebrali si trovano al loro culmine, la nostra sensibilità percettiva è al minimo, mentre le onde in fase depressoria corrispondono al massimo livello di concentrazione. Ovvero al momento in cui possiamo elaborare le informazioni e interagire con esse. «I nostri risultati sono innovativi in ​​quanto mostrano prove convincenti che i ritmi del cervello possono essere collegati al risultato comportamentale», spiega Kastner.

Perché alcuni si concentrano meglio di altri?
E’ innegabile, tuttavia, che ci siano alcune persone che sono in grado di concentrarsi al massimo per molto tempo e altre che non riescono a porre attenzione per più di pochi minuti. Anche se potrebbe sembrare il contrario, secondo gli scienziati, il vero vantaggio – in termini evolutivi – lo hanno le persone che si concentrano poco. «Pensa a quando la vita era più pericolosa. Dovresti stare costantemente alla ricerca, vorresti essere sempre consapevole se c'è qualcosa intorno a te con i denti più grandi», spiega Fiebelkorn. Oggi tale peculiarità potrebbe salvarci la vita – per esempio – mentre attraversiamo la strada e un’auto è in procinto di investirci.

I deficit dell’attenzione
Inutile dire che secondo i ricercatori tutto ciò potrebbe avere un’attinenza anche con le persone che soffrono di iperattività e deficit dell’attenzione. «Sia che tu stia parlando del tipo iper-focalizzato o del tipo distratto, puoi facilmente disegnare un parallelo con i due stati in cui si alternano normali cervelli. Potrebbe essere che i cervelli affetti da ADHD non siano in grado di bilanciare tra i due spazi attenzionali e invece si bloccano nell'uno o nell'altro», ipotizzano gli scienziati. I risultati sono stati pubblicati nella rivista scientifica Neuron.