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Leucemia: ecco le cellule che prevedono il rischio di ricadute

Un team di ricerca internazionale scopre come identificare le cellule leucemiche responsabili delle ricadute

Le cellule leucemiche che prevedono il rischio di ricadute
Le cellule leucemiche che prevedono il rischio di ricadute (David Litman | Shutterstock)

Una nuova scoperta potrebbe aiutare a conoscere il rischio di ricadute nei pazienti affetti da leucemia. A condurre lo studio è stato un team di ricerca del Centro di Ricerca Matilde Tettamanti di Monza, in collaborazione con gli scienziati dell’Università di Stanford (California). Il metodo utilizzato sembra essere in grado di determinare la possibilità di recidiva fin dalla prima diagnosi di leucemia linfoblastica acuta di tipo B, altrimenti conosciuta con il termine di B-LLA.

Come si fa a prevedere il rischio ricadute?
Secondo gli scienziati alcune caratteristiche tipiche delle cellule tumorali sono correlate a un maggior rischio di ricadute e presenti fin dal momento della diagnosi. Questa scoperta è a dir poco sensazionale se si pensa che fino a ieri era necessario attendere di vedere qual era la riposta al trattamento e determinare altri fattori come la malattia residua minima per comprendere l’eventuale recidiva.

Il comportamento che provoca la ricaduta
Lo studio, sovvenzionato in parte anche da AIRC, ha permesso ai ricercatori di analizzare a fondo le cellule per identificare il comportamento cellulare che è alla base delle ricadute. «Nel nostro studio – commenta Jolanda Sarno, primo autore insieme a Zinaida Good – abbiamo utilizzato una tecnologia innovativa, la citometria di massa, in grado di individuare, quantificare e analizzare contemporaneamente decine di parametri biologici e funzionali in ogni singola cellula. Le cellule leucemiche di B-LLA alla diagnosi sono state confrontate con la loro controparte sana mediante un programma bioinformatico al fine di individuare i profili più caratteristici delle cellule leucemiche. I profili ottenuti sono poi stati confrontanti nei pazienti ricaduti rispetto a quelli in remissione (non ricaduti), ed utilizzando un approccio di "machine learning" sono state identificate le caratteristiche funzionali predittive della ricaduta».

Esperienza decennale
«Sin dalla fine degli anni ’90, grazie al contributo di AIRC e del Comitato Maria Letizia Verga la clinica pediatrica della Fondazione Monza e Brianza per il Bambino e la sua Mamma ha coordinato per l’Italia, all’interno di un network europeo, la standardizzazione e l’applicazione della tecnica di misurazione della malattia residua minima in tutti i bambini e adolescenti con leucemia linfoblastica acuta di tipo B dei centri dell’Associazione Italiana Ematologia e Oncologia Pediatrica (AIEOP). Questo studio si colloca quindi all’interno di una storia e di un’esperienza di ricerca decennale che pone il nostro centro come punto di riferimento in Italia», spiega Andrea Biondi, direttore della clinica pediatrica Università Milano Bicocca e direttore scientifico della Fondazione Monza e Brianza per il Bambino e la sua Mamma. Il centro è considerato il punto di rifomento italiano per lo studio della malattia residua minima.

Perché ci sono recidive?
Da tempo gli scienziati si chiedono se le cellule tumorali resistenti al trattamento sono presenti fin dall’inizio della patologia o se emergano in seguito alla terapia. A questa domanda potrebbe rispondere Zinaida Good, co-autrice di questo lavoro, che ha messo a punto un modello statistico di previsione delle ricadute: il Developmentally Dependent Predictor of Relapse (DDPR). Grazie a tale modello si è potuto stabilire che alcune caratteristiche funzionali della cellula tumorale, responsabili della ricaduta di malattia, sono già presenti alla diagnosi.

Ulteriori studi
Grazie agli eccellenti risultati ottenuti, il modello DDPR cercherà conferme con ulteriori studi che interesseranno un numero più ampio di campioni prelevati da pazienti con B-LLA. Tutti verranno messi a disposizione dal Children’s Oncology Group americano. Nel gruppo dei ricercatori figura anche Garry Nolan, massimo esperto internazionale di citometria di massa, e Kara Davis, assistant professor e medico dell’ospedale di Stanford, che ha supervisionato il lavoro. I risultati dello studio sono stati pubblicati su Nature Medicine.