20 agosto 2019
Aggiornato 19:00
Caffè e malattie neurodegenerative

La quantità di caffeina nel sangue può far diagnosticare il Parkinson

La quantità di caffeina presente nel sangue potrebbe offrire un modo semplice per scoprire la presenza o l'inizio della malattia di Parkinson

Caffeina nel sangue per il Parkinson
Caffeina nel sangue per il Parkinson Shutterstock

GIAPPONE – La caffeina come indicatore della presenza o primi segni della malattia di Parkinson. Questa l'idea dei ricercatori giapponesi che hanno voluto condurre uno studio per valutare come la presenza e la quantità di caffeina nel sangue delle persone potesse fornire un modo semplice per ottenere una diagnosi di Parkinson. Un notevole passo avanti, se confermato, poiché al momento proprio la mancanza di un test valido e definitivo rende molto difficile diagnosticare la condizione e, di conseguenza, offrire i trattamenti adeguati.

Una malattia subdola
La malattia di Parkinson è una condizione neurodegenerativa assai subdola. Spesso infatti ci si accorge di averla quando i sintomi sono evidenti e la 'devastazione' è ormai a buon punto. Mentre sarebbe auspicabile poterla individuare alle prime fasi. Il Parkinson si ritiene colpisca una persona su 500 al mondo.

Più caffeina, meno rischio
Secondo quanto evidenziato dallo studio, pubblicato su Neurology, la rivista medica dell'American Academy of Neurology, le persone con malattia di Parkinson avevano livelli di caffeina nel sangue significativamente più bassi rispetto a quelli senza la malattia, anche se consumavano la stessa quantità di caffeina. «Precedenti studi hanno dimostrato un legame tra caffeina e un minor rischio di sviluppare la malattia di Parkinson – spiega il dottor Shinji Saiki della Scuola di Medicina dell'Università Juntendo a Tokyo – ma non sappiamo molto su come la caffeina viene metabolizzata nell'organismo delle persone con la malattia».

La caffeina e le prime fasi della malattia
Le persone coinvolte nello studio, e che erano agli stadi più gravi della malattia non presentavano livelli più bassi di caffeina nel sangue. Questo, secondo David G. Munoz dell'Università di Toronto in Canada, che ha scritto un editoriale che accompagna lo studio, suggerisce che la diminuzione si verifica dalle prime fasi della malattia. «Se questi risultati possono essere confermati – ha sottolineato Munoz – porterebbero a un facile test per la diagnosi precoce della malattia di Parkinson, probabilmente anche prima che compaiano i sintomi. Questo è importante perché la malattia di Parkinson è difficile da diagnosticare, specialmente nelle fasi iniziali».

Lo studio
In questa ricerca gli scienziati hanno coinvolto 108 persone affette dal morbo di Parkinson per una media di circa 6 anni, e 31 persone della stessa età che non avevano la malattia. Il loro sangue è stato testato per la presenza di caffeina e di 11 sottoprodotti che il corpo produce mentre metabolizza la caffeina. I partecipanti stati anche stati sottoposti a test per le mutazioni nei geni che possono influenzare il metabolismo della caffeina. I due gruppi consumavano circa la stessa quantità di caffeina, con una media equivalente a circa due tazze di caffè al giorno. Ma le persone con la malattia di Parkinson avevano livelli ematici di caffeina significativamente più bassi e anche per 9 degli 11 sottoprodotti della caffeina. Il livello di caffeina era in media di 79 picomoli per 10 microlitri per le persone senza malattia di Parkinson, rispetto a 24 picomoloni per 10 microlitri per le persone con la malattia. Per uno dei sottoprodotti, il livello era inferiore alla quantità che poteva essere rilevata in più del 50% delle persone con malattia di Parkinson.

Il test per diagnosticare la malattia
Dopo aver compiuto l'analisi statistica, i ricercatori hanno scoperto che il test della presenza di caffeina nel sangue poteva essere utilizzato per identificare in modo affidabile le persone con malattia di Parkinson, con un punteggio di 0,98 dove un punteggio di 1 significa che tutti i casi sono identificati correttamente. Nell'analisi genetica, invece, non sono state rilevate tra i due gruppi differenze nei geni relativi alla caffeina.

Alcuni limiti
Gli stessi ricercatori ammettono alcuni limiti dello studio, che includono il non aver preso in considerazione le persone con grave malattia di Parkinson. Questo, secondo gli scienziati, potrebbe influire sulla capacità di rilevare un'associazione tra la gravità della malattia e i livelli di caffeina. Il dottor Munoz ha anche osservato che tutte le persone affette dal Parkinson stavano assumendo farmaci per il trattamento della malattia, ed è possibile che questi farmaci possano influenzare il metabolismo della caffeina.