23 giugno 2017
Aggiornato 17:00
Alimentazione

Intolleranza al glutine, troppe le diagnosi fai da te

I gastroenterologi mettono in guardia dalla moda dell’autodiagnosi in caso di intolleranza al glutine o, peggio, di celiachia. È sempre fondamentale rivolgersi agli specialisti. I rischi del fai da te sono seri e portare a danni irreparabili

Intolleranza al glutine, troppe le diagnosi fai da te
Intolleranza al glutine, troppe le diagnosi fai da te (duckman76 | adobestock.com)

ROMA – Sono sempre più le persone che, spinte da un certo tipo di sintomi, si danno all’autodiagnosi per l’intolleranza al glutine, detta anche sensibilità al glutine non celiaca. Ma molti di questi potrebbero dei veri celiaci «e come tali vanno inquadrati e seguiti da uno specialista», avvertono i gastroenterologi della Sige (Società italiana di gastroenterologia). Anche perché è molto facile confondere i sintomi di un’intolleranza con quelli della sindrome dell’intestino irritabile, e viceversa. Per cui, in caso di pancia gonfia, dolori addominali, diarrea alternata a stipsi, stanchezza, malessere generale, cefalea, difficoltà di concentrazione, eczemi, dolori articolari ecc. è bene consultare il medico, piuttosto che decidere da sé.

Non solo glutine
Il principale accusato di questo genere di intolleranze è il glutine ma, come ricordano dalla Sige, vi sono anche altre proteine del frumento e altri cereali a essere potenziali fattori scatenanti. «In un mondo sempre più dominato da mitologie dietetiche – sottolinea Antonio Craxì, presidente della Sige – fomentate da un’informazione ad alto flusso, di facile accesso ma non controllata e non sempre attendibile, il ruolo di una società scientifica è quello di fornire al pubblico la visione più aggiornata, comprensibile e nel contempo bilanciata su quanto la ricerca scientifica, ma anche le mode del momento pongono all’attenzione di tutti».

L’informazione improntata a soddisfare esigenze commerciali
Le mode, lo sappiamo, sono spesso spinte da un’informazione studiata ad hoc. E questo non vale solo per l’abbigliamento, ma per tutti i settori commerciali: alimentazione compresa. Per fare chiarezza, la Sige opera costantemente al fianco delle reali necessità di salute. La Società dei gastroenterologi «che raccoglie il maggior numero dei clinici e dei ricercatori italiani attivi nel campo delle malattie digestive – spiega Craxì – si pone come interlocutore attento e consapevole dei bisogni di salute, ma anche delle incertezze che derivano da una informazione spesso improntata a soddisfare esigenze commerciali più che a sostenere il benessere individuale».

Il problema è l’ATI
Dietro a queste intolleranze, secondo diversi ricercatori, vi sarebbero i cosiddetti inibitori dell’amilasi-tripsina o ATI. Questi rappresentano il 4% appena di tutte le proteine del frumento, tuttavia sarebbero in grado di far insorgere l’infiammazione intestinale. Da qui, la condizione si diffonderebbe a linfonodi, reni, milza e cervello. Sebbene siano in molti a sostenere questa tesi, la dott.ssa Carolina Ciacci, ordinario di Gastroenterologia dell’Università di Salerno spiega all’AdnKronos che «Si tratta di osservazioni preliminari che andranno valutate e validate attraverso studi clinici nell’uomo».

Intolleranza al grano
Poiché non è più soltanto il glutine a essere il principale imputato di questo genere di malesseri, i gastroenterologi, oggi, preferiscono parlare di intolleranza al grano. Le ATI inducono una risposta da parte del sistema immunitario che può sfociare nei ben noti sintomi della celiachia o dell’intolleranza – tra cui appunto l’infiammazione. Questa condizione, sottolinea la dott.ssa Ciacci, non si è ancora in grado di misurare, ma induce malessere.

La celiachia colpisce un italiano su cento
La celiachia è una intolleranza al glutine, un complesso di proteine presenti nel grano e in altri cereali (orzo, segale, eccetera) che attiva una risposta immunologica in persone geneticamente predisposte – spiega la dott.ssa Ciacci – Nel sospetto clinico di celiachia e mentre il soggetto sta facendo una dieta contenente glutine vanno effettuati la ricerca di anticorpi anti-transglutaminasi IgA nel sangue e il dosaggio delle immunoglobuline IgA totali. Se il test risulta positivo si fa un secondo prelievo per gli anticorpi anti-endomisio IgA. Per avere un’ulteriore certezza si possono fare anche i test genetici. La positività di questi esami in un bambino sintomatico è sufficiente per fare diagnosi di celiachia. Nell’adulto, invece, si deve necessariamente fare la biopsia dei villi della seconda porzione del duodeno per fare diagnosi di celiachia».

La sensibilità al glutine non celiaca: una diagnosi difficile
I criteri diagnostici per la celiachia oggi sono chiari, ma per la diagnosi di sensibilità al glutine non celiaca le cose sono più ingarbugliate. «Quando non ci sono gli elementi per far diagnosi di celiachia, ma la persona riferisce che i suoi sintomi sono alleviati o scompaiono con una dieta senza glutine, questa persona si autodefinisce intollerante al glutine o affetta da sensibilità al glutine di tipo non celiaco – afferma la Ciacci – Sono stati proposti diversi protocolli per la diagnosi di questa condizione, ma in assenza di biomarcatori o di alterazioni istologiche tipiche, la diagnosi può essere solo di esclusione. In linea di massima gli esperti concordano che, se dopo 6 settimane di dieta priva di glutine non si osservano miglioramenti sui sintomi addominale, la diagnosi di ‘sensibilità’ può essere esclusa con ragionevole certezza».

La moda pericolosa
Quello degli alimenti gluten-free è un mercato in ascesa, e questo proprio grazie alle persone che decidono da sé di eliminare il glutine dalla propria dieta. Ma se questo favorisce da un lato le aziende produttrici di questi prodotti, dall’altro non è la scelta corretta per chi non si è sottoposto agli esami necessari. Per questo gli esperti sconsigliano di affidarsi al fai da te ma rivolgersi a uno specialista che possa fare luce sui possibili sintomi che hanno spinto a una scelta del genere.