21 settembre 2020
Aggiornato 17:00
Approfondimento: ipertensione

Ipertensione, dalla teoria del cervello egoista alle false credenze: tutta la verità sulla pressione alta

Nuovi studi, ricerche contrastanti e false credenze. Ecco tutte le novità dell’ultimo decennio in fatto di ipertensione

Le statistiche parlano chiaro: un adulto su tre è colpito dall’ipertensione. Questa patologia sembra essere in costante aumento di anno in anno. Gli archivi scientifici pullulano di ricerche in merito, e il web dispensa consigli su come guarire naturalmente curando mente e corpo. Nonostante ciò nessuno sembra aver trovato la «pillola magica». Ecco perché nell’ultimo decennio abbiamo visto un incremento esponenziale di teorie, terapie e bufale. Ecco le più interessanti e curiose.

L’ipotesi del cervello egoista
Si tratta di un’ipotesi relativamente recente formulata dal professor Julian Paton e il suo team dell’Università di Bristol. Secondo la sua tesi, quando al cervello arriva un afflusso di sangue ridotto, a titolo di compensazione si attiva il sistema nervoso simpatico. Questo fornisce un input specifico per costringere i vasi sanguigni ad aumentare la pressione sanguigna. In questo modo il sangue al cervello torna a livelli regolari. Se ciò accade di continuo si può tradurre in una vera e propria patologia: l’ipertensione. il problema del ridotto afflusso di sangue, sarebbe causato da una determinata proteina, la junctional adhesion molecule-1 (JAM-1) presente nei vasi cerebrali. Essa intrappola i linfociti a livello ematico che scatenano una reazione infiammatoria. L’infiammazione riduce l’apporto di sangue e di ossigeno a livello cerebrale. In due parole: alla radice dell’ipertensione c’è un meccanismo infiammatorio dei vasi cerebrali. «Stiamo esaminando la possibilità – spiega il professor Paton – di trattare i pazienti che non rispondono alla terapia antipertensiva tradizionale con farmaci che riducano l’infiammazione dei vasi, così da aumentare l’afflusso di sangue al cervello».

La medicina psicosomatica: alla base c’è il dramma del controllo
Se da un lato Paton ha spiegato cosa accade a livello prettamente fisico, dall’altro la medicina psicosomatica spiega quali sono i meccanismi mentali che portano a una patologia. Come direbbe Ippocrate: «Prima di guarire qualcuno, chiedigli se è disposto a rinunciare alle cose che lo hanno fatto ammalare». Il nostro carattere, la nostra visione della vita, il nostro modo diverso e più precisamente il mondo che abbiamo dentro di noi, è la chiave per comprendere quali meccanismi ‘‘cronici’’ hanno scatenato una malattia. Nel caso di ipertensione si tratta del ‘‘dramma del controllo’’. Generalmente gli ipertesi sono quelle persone che devono per forza controllare tutto ciò che accade intorno a loro, specie le emozioni. Raramente le manifestano e altrettanto raramente ammettono di essere tristi, di stare male, di amare qualcuno. Allo scopo di aver sempre tutto sotto controllo è necessario avere sempre un ottimo apporto di sangue a livello cerebrale. E quale metodo migliore utilizza il corpo se non quello di ‘‘stringere’’ i vasi sanguigni? Anche in questo caso, se il comportamento diviene continuo, si innesca uno stato di ipertensione. Tensione non solo arteriosa ma anche mentale.

Ma il sale fa veramente male?
Quando si parla di diete per gli ipertesi la prima cosa che si pensa è quella di ridurre il sale. Ovviamente elevate quantità non fanno bene a nessuno, non soltanto a chi soffre di pressione alta. Ma uno studio francese di coorte – il NutriNet-Santé Study – smentisce clamorosamente l’associazione ipertensione/sale. La ricerca è stata condotta su oltre ottomila persone adulte. Semmai, spiegano i ricercatori, la patologia è riconducibile a stili di vita errati e a un elevato indice di massa corporea: «Fermare l’incremento del peso dovrebbe essere il primo obiettivo nella popolazione per contrastare l’ipertensione epidemica. L’Indice di Massa Corporea dovrebbe essere il fattore modificabile principale tra le possibili variabili nel controllo della pressione sanguigna. La pressione sanguigna sistolica si è rivelata più alta nei partecipanti con un IMC più elevato. L’alcol è stato associato positivamente con la pressione alta in ambo i sessi. Il sale invece non è stato più associato all’ipertensione in nessuno dei due generi sessuali dopo che erano state apportate molteplici modifiche ai fattori di rischio per la pressione alta». Tuttavia, è importante sottolineare che ci sono studi contrastanti in merito.

E se il vero nemico fosse lo zucchero?
A discolpare il sale è anche una recente ricerca condotta negli USA dal Saint Luke’s Mid America Heart Institute di Kansas City. Secondo lo studio, pubblicato sull’American Journal of Cardiology, lo zucchero è il vero nemico della pressione alta. Dai risultati di molteplici ricerche revisionate dal team statunitense è infatti emerso che lo zucchero stimola l’ipotalamo, un’area cerebrale direttamente collegata con l’aumento della pressione arteriosa. Tutti prodotti raffinati, industriali, elaborati e, soprattutto, le bibite gasate che provocano pericolosi picchi di pressione alta, aumentando notevolmente il rischio di infarto. «Già solo per questo lo zucchero dovrebbe essere considerato un predittore di rischio cardiovascolare, per tale motivo bisognerebbe consigliare a chi soffre di pressione alta di tagliare lo zucchero e non il sale», spiega il dottor James Di Nicolantonio. Ma non solo. Escludere o ridurre il sale dalla propria dieta potrebbe indurre le persone a mangiare di più: «Prendiamo le patatine fritte senza sale, se siamo portati a mangiarne di più perché il nostro organismo è alla ricerca di livelli ottimali di sodio, che benefici possono portare alla salute grandi quantità di carboidrati raffinati e oli trattati?».

Ma il caffè alza davvero la pressione?
Non solo è la bevanda più consumata, ma anche la più discussa in fatto di ipertensione. Gli archivi scientifici vantano centinaia di ricerche, peccato che siano tutte contrastanti l’una con l’altra. Ce ne è una, però, che sembra mettere pace tra i vari studi. È quella condotta dall’Università di Palermo e pubblicata sul prestigioso European Journal of Clinical Nutrition. Dai risultati è emerso che una tazzina di tanto in tanto rallenta il flusso di sangue e dà problemi di circolazione innescando un aumento della pressione arteriosa. Stranamente, però, gli effetti a lungo termine sembrano essere positivi per cuore e malattie metaboliche. Il merito e la colpa sarebbero della caffeina che svolge un effetto vasocostrittore, rallentando per più di un quinto la velocità del flusso sanguigno in direzione del cuore. Il caffè più leggero in assoluto sembra essere quello istantaneo che avrebbe 75 mg ci caffeina contro i 130 mg di un espresso (per ogni tazzina). Il decaffeinato, invece, non produrre picchi ipertensivi. Ma perché a lungo termine fa bene? «Una possibile spiegazione per questo ‘‘paradosso’’ potrebbe risiedere nella caffeina e negli antiossidanti contenuti nel caffè. La prima sortisce l’effetto vaso costrittivo a breve termine, come questo studio dimostra, mentre i secondi sono più efficaci sul lungo termine, risultando preventivi nei confronti di patologie cardiache e diabete», spiegano i ricercatori.

Il vino abbassa o alza la pressione?
È considerato il ‘‘rimedio naturale’’ per eccellenza. Eppure l’alcol può essere molto pericoloso per gli ipertesi, secondo uno studio condotto dai ricercatori del Dipartimento di Medicina Preventiva dell’Università di Seoul, in Corea del Sud. In merito ai risultati ottenuti si è potuto dimostrare come gli ipertesi che consumavano anche 6 drink in una sola volta, vedevano aumentare il rischio di mortalità di ben quattro volte. Il consumo moderato di vino e birra, invece, sembra non causare danni ed essere anche benefico. Secondo quanto dichiarato sul sito della SIIA (Società italiana ipertensione arteriosa): «È provato che piccole quantità di alcol possono contribuire a proteggere dai problemi al cuore. Un consumo eccessivo di alcolici può alzare i livelli di trigliceridi nel sangue, portare a ipertensione e danni cardiovascolari. […] Indipendentemente dal tipo di bevanda (vino, birra, superalcolici) ipertensione e mortalità cardiovascolare aumentano in proporzione al consumo di alcol. Questa associazione tra alcol e pressione arteriosa si osserva quando il consumo giornaliero abituale supera i 20 grammi di alcol, che corrispondono all’incirca a 200 ml di vino (1-2 bicchieri), a 400 ml di birra (2-4 bicchieri), o a 50 ml di superalcolico (1-2 bicchierini)».

Mangiare yogurt può aiutare
Secondo uno studio condotto su oltre 170mila persone adulte, le donne che consumano almeno cinque porzioni di yogurt alla settimana riducono il rischio di ipertensione. La ricerca, presentata all’American Heart Association, ha messo in evidenza come tutti i latticini riducano il rischio ma il latte fermentato (yogurt) lo fa in maniera nettamente superiore.

Cioccolato fondente, l’antipertensivo naturale?
È stato etichettato come il rimedio più dolce per l’ipertensione. Il cacao amaro, infatti, così come la cioccolata, sembra ridurre il rischio cardiovascolare. Cesare Sirtori, preside della Facoltà di Farmacia di Milano e presidente della Società Italiana di Nutraceutica spiega che «da anni è noto che la popolazione Kuna, al largo della costa di Panama, consuma grandi quantità di cacao e ha mortalità per malattie cardiovascolari nettamente minore in rapporto a quella dei cittadini panamericani. Per questo motivo la European food safety agency (Efsa) sta valutando l’indicazione del cioccolato amaro per affrontare la pressione arteriosa elevata e l’angina pectoris». Attenzione però: il cioccolato ha anche alcune contrindicazioni: il suo contenuto di teobromina, sostanza tipicamente nervina, lo rende un alimento controindicato in caso di tachicardia, gravidanza, allattamento, problemi epatici, reflusso gastroesofageo e sindrome del colon irritabile. Infine, non bisogna dimenticare che stimola la produzione di istamina, quindi può essere deleterio per le persone allergiche.