2 dicembre 2022
Aggiornato 00:00
MoVimento 5 Stelle

La rimonta di Giuseppe Conte, i suoi ci credono. Ma il nuovo M5S resta da costruire

Guerra, caro-energia e crisi economica, superbonus, salario minimo e reddito sono gli argomenti quasi esclusivi scelti per la sua comunicazione in tv, sui giornali e i social network: un messaggio stringato, ripetitivo, di facile comprensione.

Il leader del MoVimento 5 Stelle, Giuseppe Conte
Il leader del MoVimento 5 Stelle, Giuseppe Conte Foto: Agenzia Fotogramma

La rimonta di Giuseppe Conte viene da lontano, numericamente parlando: a luglio il Movimento 5 stelle nei sondaggi era pericolosamente vicino al 10 per cento: un ridimensionamento così pesante che avrebbe potuto destabilizzare la leadership dell'ex presidente del Consiglio. Leadership in mezzo ai marosi, fin da quando è stato costretto a subire il sì al governo Draghi dal fondatore Beppe Grillo. Poi quando con lo stesso Grillo si è scontrato proprio sulle regole interne, infine nella vicenda dell'elezione del presidente della Repubblica, quando il suo no a Mario Draghi fece venire allo scoperto la fronda scissionista guidata da Luigi Di Maio. A inizio settembre, prima del blackout legale sui sondaggi, il M5S aveva già recuperato tre punti in media in poco più di un mese, e nessun segnale in queste ultime settimane ha mai suggerito una inversione della tendenza.

Le piazze piene che Conte ha incontrato sulla sua strada, come dice un vecchio adagio, possono ben preludere a urne vuote, tra i parlamentari uscente si ostenta ottimismo: «Ho la sensazione - spiega Andrea Cioffi, senatore campano con due mandati alle spalle e quindi fuori dalle liste - che iniziamo a recuperare voti anche da gente tradizionalmente collocata a destra, a rosicchiare qualcosa alla stessa Giorgia Meloni. Certo, non sono statistiche ma persone che conosco o che incontro in campagna elettorale».

Carico anche Vito Crimi, già a lungo reggente del Movimento nell'interregno fra Luigi Di Maio e Conte: «Noi lavoriamo per recuperare nel bacino dell'astensione, come già in passato avevamo fatto, il risultato si vedrà sui voti reali. Andremo all'opposizione? Se sarà confermata la vittoria della destra? in quel caso assisteremo, come è accaduto per quasi tutte le loro giunte locali, a mesi di trattative interminabili. Sono alleati di facciata?».

Facendo un passo indietro, una fonte interna vicina ai vertici del M5S garantisce che la rottura con il Pd annunciata a luglio dal segretario dem Enrico Letta sia frutto in realtà di un calcolo tacitamente condiviso dai due leader, che pure si rimpallano reciprocamente patenti di inaffidabilità: «Separati si perde qualche collegio ma si prendono più voti nel proporzionale, come si è visto nei sondaggi. Del resto - spiega l'anonimo interlocutore - solo per caso è stato prima il Pd a ufficializzare la rottura con noi: negli stessi giorni discutevamo al nostro interno, ma siamo lenti a decidere?». Risultato: a mezza voce, ma senza metterci la faccia, più di un «contiano» ammette di sperare, se non in un sorpasso, in un riavvicinamento fino a ieri inimmaginabile alle percentuali del Pd, se Letta dovesse mancare l'obiettivo minimo del 20 per cento.

Sondaggi o non sondaggi, Conte, contrariamente al passato, è apparso efficace nelle sue uscite pubbliche senza intoppi o gaffes, se si eccettua lo scontro con Renzi che lo ha accusato di minacciarlo per l'invito a girare per le piazze senza scorta. Guerra, caro-energia e crisi economica, superbonus, salario minimo e reddito sono gli argomenti quasi esclusivi scelti per la sua comunicazione in tv, sui giornali e i social network: un messaggio stringato, ripetitivo, di facile comprensione. Il segreto? «Non è più Casalino a coordinare tutte le uscite del leader, il ruolo chiave stavolta è affidato al regista della comunicazione web Dario Adamo», suggerisce un'altra fonte di vertice.

Anche ammesso, però, che le urne consegnino al Movimento il ruolo di araba fenice che rinasce dalle sue ceneri, il compito di Conte, dal giorno dopo, non sarà meno arduo. Dopo una legislatura al governo con qualunque formazione, avrà gioco facile se una netta vittoria del centrodestra spazzerà via dal tavolo qualunque ipotesi di riedizione di unità nazionale: così potrà mantenere la sua promessa «mai più al tavolo con Letta». Ma non è un segreto che nel M5S ci sia un'anima «governista» e favorevole alla costruzione di una coalizione di centrosinistra: incarnata per esempio dal presidente della Camera Roberto Fico, «che avrà certamente un ruolo», dicono le fonti stellate, o da Stefano Patuanelli, ministro con Conte e con Draghi. Eventuali fibrillazioni nella maggioranza uscita dalle urne potrebbero rimettere tutto in questione. C'è ancora da costruire - con pochi soldi a disposizione - la struttura per ora evanescente sul territorio; oltre al grande problema di un numero di eletti fortemente ridimensionato: chi non ha un lavoro che lo attende a casa, dovrà sperare in qualche giro di nomine pubbliche o adattarsi a essere retrocesso a ruoli di «staff».

«Ma l'uscita di Di Maio ci ha tolto tanti problemi - raccontano le voci del Movimento - perché ha mostrato cosa ci teneva col freno a mano tirato, ma anche perché di decine di persone non ci dobbiamo più preoccupare e perché, a parte l'ex sindaca di Roma Virginia Raggi, ad oggi nessuno dei big ha intenzione di crearsi una sua area. Da Fico a Paola Taverna a Chiara Appendino parliamo di generali e colonnelli ma disciplinati».

(con fonte Askanews)