16 giugno 2021
Aggiornato 18:00
MoVimento 5 Stelle

M5S, espulsi i 15 Senatori contro Draghi. Lezzi resiste ma gruppo più probabile

A dare una spinta in direzione della costituzione di un gruppo è proprio la decisione dei vertici 5 stelle di procedere con le sanzioni disciplinari massime

Barbara Lezzi
Barbara Lezzi ANSA

L'espulsione da un gruppo parlamentare e da un partito di un'ex ministra che contemporaneamente si candida al massimo organismo dirigente interno è probabilmente un inedito nella storia politica nazionale. E' questo l'ultimo sviluppo del braccio di ferro nel Movimento 5 stelle fra favorevoli e contrari alla fiducia al governo Draghi. Vito Crimi annuncia che «i 15 senatori che hanno votato no alla fiducia saranno espulsi», Barbara Lezzi replica: «Mi candido a far parte del comitato direttivo del M5S (da cui non sono espulsa)». Ma dai vertici stellati ricordano che l'articolo 11 comma i dell'associazione denominata «MoVimento 5 Stelle» non lascia scampo all'ipotesi formulata dalla senatrice pugliese; chi è espulso da gruppo è automaticamente fuori dal M5S, e viceversa.

Off records, fonti stellate autorevoli fanno sapere che anche i sei assenti dalla votazione di ieri al Senato saranno oggetto di azione disciplinare e dovranno giustificare la diserzione. Nei fatti, il rischio è un taglio secco di un quarto del gruppo a palazzo Madama. Una grana in più per quello che è ancora il partito di maggioranza relativa in Parlamento, che ha già perso la golden share di maggioranza dopo che la fiducia è passata con 262 sì (anche senza i 92 senatori M5S il margine resterebbe ampio). E questo proprio nel momento in cui sono ancora da trattare i sottosegretari del governo Draghi e a breve anche una cascata di nomine pubbliche di sottogoverno.

Potrebbe finire a colpi di carte bollate, il M5s e il suo fondatore Beppe Grillo in passato hanno subito qualche smacco in sede giurisdizionale, ma la sorte dei quindici ribelli (e di quanti volessero seguirli nel no a Draghi oggi alla Camera) dipenderà più dalle decisioni politiche. «Ci sono riunioni continue e contatti fra noi», ammette uno di loro che preferisce rimanere anonimo. «Ci sono due tendenze - spiega - quella di chi preferisce prendere atto della inconciliabilità di due posizioni e quella di chi vorrebbe rimanere a combattere nel Movimento».

Un esempio della linea di resistenza interna, oltre a Lezzi, è rappresentato da Nicola Morra: tra i big della prima ora, un tempo molto vicino anche personalmente a Grillo, oggi occupa una posizione di prestigio in Parlamento, essendo presidente della commissione antimafia. Non ha creduto forse fino in fondo al fatto di poter essere espulso e si dice «molto scosso» per l'avvio dela procedura di espulsione: «Ora voglio riflettere. Mi sento M5S nel sangue», commenta. Ed Elio Lannutti annuncia laconico su Facebook: «Espulsi? Faremo ricorso». Sul lato opposto dello spettro si colloca Bianca Laura Granato, altra senatrice del no: «Non siamo gli utili idioti di nessuno», scrive in un a lettera aperta a Crimi nella quale parla di gestione «personalistica e autoritaria» e poi aggiunge: «Accetto l'espulsione».

Sulla stessa linea Mattia Crucioli, che al telefono spiega come sarebbe conveniente una separazione consensuale, un po' sul modello di quella che ha portato Lega e FI al governo e FdI all'opposizione: «Loro da dentro, a cercare di moderare la deriva liberista e di destra che avrà questo governo e noi che siamo fuori a fare opposizione vera. Con le mani libere per poter censurare con tutta la forza necessaria qualunque provvedimento sarà fatto in danno dei lavoratori, degli artigiani e del ceto medio, vittime designate di un governo nelle mani della grande borghesia, del capitale finanziario e delle grosse imprese interconnesse con il sistema europeo».

L'area manca di un leader di riferimento visibile: il più noto, Alessandro Di Battista, peraltro non riconosciuto da tutti i no Draghi come tale, si è fatto da parte e si limita a martellare i suoi ex colleghi «governisti» a colpi di articoli e post su Facebook. Oggi collega la morte del boss camorrista Raffaele Cutolo al voto di fiducia dato da Luigi Cesaro di Forza Italia, a suo tempo processato come autista di Cutolo ma uscito indenne dalle aule di tribunale. E manca di un simbolo elettorale, che in base al rinnovato regolamento del Senato è necessario (insieme ad almeno dieci senatori) per costituire un gruppo. «Tecnicalità delle quale è prematuro occuparsi, ma sono problemi risolvibili».

A dare una spinta in direzione della costituzione di un gruppo, del resto, è proprio la decisione dei vertici 5 stelle di procedere con le sanzioni disciplinari massime: alla fine, anche i ribelli «moderati» potrebbero quindi essere costretti ad aggregarsi. Con i numeri in ballo (15 no e 6 assenti in odore di espulsione, ai quali potrebbero aggiungersi le ex Paola Nugnes ed Elena Fattori, divorziate di fatto dalla componente Liberi e Uguali del Misto, avendo anche loro votato no a Draghi) un nuovo gruppo può ambire a spazi, visibilità, fondi parlamentari e poltrone di garanzia come la Vigilanza Rai e il Copasir, che spettano di norma alle opposizioni.

(con fonte Askanews)