26 settembre 2020
Aggiornato 13:30
L'intervista

Fidanza: «Fanno di tutto per attirarci nella trappola del Mes»

Il capodelegazione di Fratelli d'Italia al parlamento europeo, Carlo Fidanza, commenta al DiariodelWeb.it le decisioni dell'Eurogruppo sugli strumenti economici anti-crisi

Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d'Italia al parlamento europeo
Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d'Italia al parlamento europeo ANSA

Ieri, la lettera di Gentiloni e Dombrovskis al presidente dell'Eurogruppo, Mario Centeno, in cui si legge che l'accesso al Meccanismo europeo di stabilità non comporterà maggiori sorveglianze sui bilanci. Oggi, la riunione in videoconferenza tra i ministri delle Finanze dell'Eurozona, per trovare un accordo proprio sul Fondo salva stati.

Tutto procede nella direzione del famigerato Mes sanitario, o Mes leggero, senza condizionalità (almeno ufficialmente). Ma le cose stanno davvero come si legge nei titoli dei principali quotidiani oppure, come spesso accade, dietro agli annunci si nasconde una realtà ben diversa? Il DiariodelWeb.it lo ha chiesto a Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d'Italia al parlamento europeo.

Onorevole Carlo Fidanza, il chiarimento della Commissione secondo cui l'accesso al Mes sanitario non comporterà controlli sulle politiche macroeconomiche la rassicura?
Non molto. Rassicurare è il chiaro intento di questa offensiva mediatica in atto. Ma il direttore generale del Mes, Klaus Regling, aveva già dichiarato che le condizionalità rimarranno «light» solo fintanto che è aperta la linea di credito. Questo vuol dire, sostanzialmente, che alla fine dell'emergenza tornerebbero le condizionalità rigide: i meccanismi di vigilanza e i piani di rientro che si applicano normalmente. Questo è il vero nodo. Il resto sono solo lettere politiche, impegni a parole, che però vanno contro quanto è scritto sui trattati.

Per eliminare davvero le condizionalità, insomma, bisognerebbe prima cambiare i trattati.
Questo è il problema. Restiamo foglie al vento: al primo stormire di spread, qualcuno potrebbe chiedere di far valere la lettera dei trattati, anche se in questo momento c'è un accordo politico vago. Il trattato vale di più di una lettera di Gentiloni.

Come dire che il rischio della troika non è cancellato, solo sospeso.
Esattamente. D'altra parte, se l'obiettivo è attirarci nella trappola, non ci possono certo rivelarci che è una trappola, non crede? Ma penso che ora l'ottimo ministro delle Finanze olandese si incaricherà ancora una volta di dirci la verità, come già accaduto dopo l'ultimo Eurogruppo. Il governo italiano ha l'esigenza politica di rassicurare, quello olandese di chiarire ai suoi cosa succederà veramente, trattati alla mano.

Sempre questa settimana è arrivata l'importante sentenza della Corte costituzionale tedesca, secondo cui il quantitative easing potrebbe aver violato il mandato della Bce. Che conseguenze avrà questo verdetto?
Molto preoccupanti. Già l'indicazione data al governo tedesco e alla Bundesbank, di smettere di comprare i titoli, è grave. Ma se, alla scadenza dell'ultimatum, la Corte non dovesse ricevere quel chiarimento che si aspetta, allora ordinerebbe anche di ricollocare quei titoli che hanno già in pancia, perché la Bce glieli ha fatti acquistare negli ultimi anni. Quindi ci ritroveremmo un surplus di titoli italiani sul mercato, con una conseguenza immediata sugli spread. Il messaggio sarebbe devastante: vorrebbe dire che, quando termineranno gli acquisti di titoli del Pepp, legati alla pandemia, il debito sovrano italiano diventerebbe aggredibile e, di fatto, non più sostenibile. Ci ritroveremmo al centro di un'altra tempesta finanziaria pesantissima, a cui non potremmo far altro che rispondere aderendo al Mes, non quello sanitario ma quello principale.

Cosa può fare l'Italia per evitare questo scenario?
Mi auguro che, anche attraverso un'azione energica del governo italiano, la Bce possa riprendere il suo ruolo, la sua autonomia, e che si trovi una soluzione. Da una sentenza del genere, in ogni caso, la Bce esce azzoppata: è presumibile che i 750 miliardi stanziati per le politiche espansive rimarranno tali, e portarli a 1000 o 1200, come servirebbe, sarà faticoso. Ma il rischio è che ora si rimetta in discussione anche il passato.

Ora l'Europa è diventata un comodo alibi anche per Conte, che ha detto che il famoso decreto di aprile (che ad oggi, 8 maggio, ancora non è uscito) è stato ritardato perché manca chiarezza da Bruxelles.
Che la Verstager stia ritardando ad autorizzare alcuni aiuti di Stato è vero. Di contro c'è stato un fortissimo ritardo iniziale del governo italiano. Pur essendo stati i primi a subire la pandemia, fino a tre settimane fa avevamo presentato pochissime richieste di autorizzazione, mentre i tedeschi si erano già mossi per svariate decine di miliardi di aiuti. Poi c'è il grande tema del cosiddetto Recovery Fund, ovvero l'altra grande manna che il governo sta attendendo: ma su questo punto, più passano i giorni e più mi viene da dire che c'è poco da stare allegri.

In che senso?
Il rischio è che si arrivi molto tardi a finanziamenti di scarsa entità, incompatibili con le esigenze di liquidità urgenti della nostra economia. Al di là delle dichiarazioni di facciata, nei corridoi questo si comincia a percepire. Ragioniamo di triliardi che non esistono, ma i numeri veri usciti l'altro giorno parlano di un fondo da 300 miliardi. Che, divisi per 27 Stati, sono briciole, che oltretutto potrebbero non arrivare nemmeno prima del 2021.

E da qui alla fine dell'anno che succederebbe?
Nel frattempo non c'è accordo sul meccanismo temporaneo per consentire di emettere i primi bond con la garanzia di questo attuale bilancio pluriennale. Per avere un fondo adeguato bisognerebbe aggiungere nuove risorse in questi ultimi otto mesi. Ossia, o l'Europa, dopo anni in cui non si è trovato l'accordo, decide adesso di dotarsi di risorse proprie, cioè di riscuotere direttamente nuove tasse, oppure chiede agli Stati membri di aumentare la propria contribuzione nazionale. Questo ci porterebbe al paradosso che, proprio nel momento in cui ci servono soldi liquidi dall'Europa, ci ritroveremmo a doverne spendere di più, per creare questo tesoretto. Solo per poi collocare i bond sul mercato e ottenerne un rendimento chissà tra quanti mesi. La stessa cosa avviene con il fondo Sure, dove dovremmo mettere subito tre miliardi di euro per avere qualche centinaio di milioni di dividendo tra qualche mese. Sono meccanismi che nell'immediato ti privano di risorse fresche, che dovresti destinare alla tua economia, per tendere ad un effetto leva, che genera sempre meno di quanto annunciato. Lo diciamo per esperienza: si ragionava sugli stessi numeri all'epoca del piano Juncker, che poi fu un buco nell'acqua. Quei triliardi esistono solo nella finanza creativa, non in quella reale.

In sostanza, si parla tanto di Recovery Fund, Bei, Sure, Mes light... ma è tutto fumo e niente arrosto?
L'unico arrosto è il Mes, cioè il solo strumento immediato, in mezzo a tutti gli altri che invece sono tardivi. Tutto lascia supporre che questo non sia casuale: cioè che, avendo noi bisogno subito, alla fine non ci lasceranno altra strada che aderire al Mes.