27 settembre 2022
Aggiornato 00:00
L'intervista

Giuseppe Romeo: «I partiti non pensano a rilanciare l’Italia, ma a mantenere il potere»

Al DiariodelWeb.it parla il saggista Giuseppe Romeo, il cui ultimo libro «Una nazione incompiuta» racconta la storia di un Paese provinciale e in costante scontro interno

L'aula del Senato della Repubblica
L'aula del Senato della Repubblica Foto: Palazzo Chigi

L’Italia che andrà al voto il prossimo 25 settembre è «Una nazione incompiuta». Lo afferma l’ultimo libro del saggista Giuseppe Romeo, edito da Ronzani Editore. Un testo che ripercorre la storia del nostro Paese spiegando puntualmente perché il nostro popolo è rimasto bloccato ad una dimensione provinciale, disunito, in costante lotta interna, proprio come accade oggi nella campagna elettorale. E non è riuscito a proporsi come protagonista sullo scacchiere geopolitico internazionale. Anche, o forse soprattutto, per colpa dei partiti. Ecco cosa ha detto Romeo ai microfoni del DiariodelWeb.it.

Giuseppe Romeo, perché l'Italia è una nazione incompiuta e cosa dovrebbe fare per arrivare a compimento?
È incompiuta perché le manca un'alta percezione identitaria, in cui si riconoscano tutte le comunità che costituiscono questo Paese. Questo non è stato favorito dal suo percorso storico e politico, a partire dal Risorgimento.

I problemi vengono da lontano, insomma.
Sì. Perché quella fu un'operazione politica di alcune élite, ma con scarsa condivisione popolare. Anche per motivi di ordine geopolitico, perché il Risorgimento rispose a dei precisi interessi stranieri, a partire dall'Inghilterra.

Aveva ragione D'Azeglio quando disse che l'Italia era fatta ma bisognava fare gli italiani. Centocinquant'anni dopo, ancora non li abbiamo fatti?
Forse non abbiamo fatto neanche l'Italia. Tutte queste diversità viaggiano per conto proprio, ognuna giustificata da esperienze storiche passate, e la nazione non ha visto maturare un comune senso di identità condivisa, un disegno politico in cui riconoscersi.

Quindi l'Italia è incompiuta come nazione perché è incompiuta prima di tutto come Stato?
Esatto. Faccio l'esempio della grande guerra, che nel dramma offriva anche una grande occasione: per la prima volta i meridionali, combattendo a fianco di altri italiani, cominciavano a riconoscere l'esistenza di una realtà e di una lingua al di fuori di quella provinciale.

Questa occasione non fu colta?
No, non fu compresa dalle classi politiche. Che pensarono solo a far diventare l'Italia una grande potenza, senza averne né le possibilità economiche né quelle militari. Tanto che la prima guerra mondiale si concluse con la cosiddetta «vittoria mutilata».

Questo senso d'inferiorità ce lo siamo portati dietro anche nei decenni successivi.
Addirittura un senso di subalternità ai potenti di turno, prima l'Inghilterra, poi la Germania e oggi gli Stati Uniti. La nostra è una nazione che subisce determinati processi, perché non è in grado di governarli in modo paritario.

Oggi siamo in campagna elettorale. E in effetti l'obiettivo delle varie fazioni sembra sempre quello far prevalere gli interessi di parte, non quelli nazionali.
Questa considerazione è giusta. E non fa altro che dimostrare l'incapacità del Paese di credere in se stesso. Persino nel passaggio dalla monarchia alla repubblica si è sostituito all'aristocrazia di casato e di censo quella politica. Le strutture e le segreterie di ogni partito sono autoreferenziali, si passano il testimone all'interno delle stesse famiglie.

Qualche anno fa andava molto di moda il termine di «casta».
Che è solo il perfezionamento del consociativismo. Questo accordo allargato, tipicamente prodotto da una partitocrazia che tende non soltanto a conquistare il potere, ma poi a mantenerlo. Non c'è nessun progetto di rilancio del Paese.

In nessuno dei due schieramenti si capisce quale sia l'idea di Italia, la prospettiva a lungo termine.
Non ci può essere una prospettiva a lungo termine, proprio perché il processo storico di formazione di questo Paese si è espresso sempre attraverso una cultura provinciale. Così non si riesce a guardare oltre il proprio interesse particolare e limitato, né ad essere protagonisti e padroni del proprio destino.

Possibile che i partiti non se ne rendano conto?
Alla partitocrazia italiana questo interessa poco. E lo vediamo da come sono schierati, chi con gli Stati Uniti, chi con altri padrini stranieri, per cercare una legittimazione internazionale e conquistare il potere. Ma né Putin né i dem americani metteranno mai in discussione i propri interessi nazionali per fare un favore agli italiani.

Mi par di capire che questa situazione sia figlia del fatto che non abbiamo mai fatto i conti con il nostro passato.
Questo processo alla nostra storia andava fatto soprattutto al termine della seconda guerra mondiale, ma non avvenne. Perché dividere gli italiani tra buoni e cattivi, neri e rossi, fascisti e antifascisti, comunisti e anticomunisti, era sicuramente funzionale a legittimare le posizioni politiche, attraverso la manipolazione della cultura e degli animi.

Tanto che ancora oggi si accusa Fratelli d'Italia di essere fascista e il Partito democratico di essere comunista.
Per legittimarsi si discriminano gli altri italiani. E il prezzo lo paga tutta l'Italia.

Altrove non è stato così.
In Germania ci fu la denazificazione: non soltanto si riconobbero le colpe del regime nazista, ma non si concesse alcuna legittimità al modello alternativo del marxismo rivoluzionario. Nel 1959 la socialdemocrazia lo abbandonò a Bad Godesberg, abbracciando i valori occidentali ed europeisti, coniugando lo Stato sociale con l'economia liberale. Così si aprì quel processo di dialogo che avrebbe portato le due Germanie a riunificarsi e a diventare una grande nazione.

E noi siamo ancora fermi allo scontro degli anni '30 tra fascismo e antifascismo.
Che non presenta una maturità nazionale. In questo gioco si sono giocate le vite di tanti ragazzi italiani, che si sacrificavano nelle piazze per i loro ideali, anche difendendoli con strumenti violenti e quindi sbagliati. Mentre i politici stavano comodamente seduti in parlamento.

In questo discorso rientra anche l’idea sacra e intoccabile che abbiamo della Resistenza?
La Resistenza fu un momento storico sicuramente importante, ma per tantissimi anni è stato monopolizzato da una certa area politica. Quando in realtà parteciparono rappresentanti delle istituzioni e anche della società civile che non erano inquadrabili politicamente: da Ferruccio Parri a Umberto Zanotti Bianco. Loro non puntavano alla resa dei conti, ma alla riconciliazione. Tanto che ho una provocazione da avanzare.

Prego.
Se si avesse il coraggio e l'onestà intellettuale, bisognerebbe cambiare il 25 aprile. Non cancellarla, assolutamente. Ma renderla una festa della liberazione e della riconciliazione nazionale. Questa è una base sulla quale il Paese può costruire se stesso, guardando al futuro, e competere con altre nazioni.

Il suo, però, non è un nazionalismo sovranista.
Niente affatto. Un'identità forte e consapevole rappresenta il successo nel confronto con gli altri Stati, perché le diversità diventano un vantaggio competitivo per entrambi. Certo, questo non è compatibile con l'Europa tecnocratica, ma con una visione politica fondata su valori condivisi.

La famosa Europa dei popoli.
Proprio così. E l'Italia, per cultura, tradizioni, spirito e stile di vita dovrebbe, forse potrebbe, mettersi alla guida di quest'Europa che ritrova se stessa.