9 dicembre 2022
Aggiornato 04:30
L''analisi di Carlo Vedani (CEO Alicanto Capital)

Elezioni, le reazioni dei mercati

La vittoria del centrodestra non ha influito negativamente sui mercati: dopo l'ufficializzazione dei risultati, la Borsa di Milano ha addirittura sovraperformato. Restano l'incognita-spread e i timori di un declassamento del debito.

Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni
Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni Foto: Agenzia Fotogramma

Le elezioni politiche hanno restituito un risultato che rispecchia quasi perfettamente le previsioni: come rivelavano i sondaggi ha vinto il centrodestra, mentre i Cinque Stelle di Giuseppe Conte si sono rivelati protagonisti di una rimonta che li ha portati molto vicini al livello del Partito Democratico. Unica sorpresa, il calo della Lega sotto il 10% - che si spiega con gli spostamenti interni di consensi, fenomeno da sempre presente in questa coalizione.

Nessuno scossone

La reazione dei mercati ai risultati della consultazione è stata, tutto sommato, tranquilla: Milano ha addirittura conseguito una sovraperformance.

I motivi sono essenzialmente tre. Prima di tutto, l'esito delle politiche era ormai dato per scontato e quindi la notizia ufficiale non ha creato scossoni, né sorprese.

In secondo luogo, i mercati premiano quasi sempre le prospettive di stabilità politica.

Infine, la scorsa settimana le Borse europee hanno chiuso una settimana molto negativa e Piazza Affari non ha certo fatto eccezione, con un calo trainato dalla flessione di energetici e settore bancario. Il mercato era sceso talmente tanto da rendere probabile un rimbalzo. Che infatti è avvenuto.

Anche l'applicazione del programma economico del centrodestra non dovrebbe dare problemi ai listini. Perché i cambiamenti rispetto alle linee guida dei precedenti governi saranno quasi sicuramente minimi, dato che i margini di intervento sono molto stretti.

Rischio debito

Unica incognita, il rischio di interventi esterni e speculazioni, che sembra già in atto: dopo il risultato delle elezioni, lo spread è schizzato sopra quota 270 (per poi calare sui 240 circa). Preoccupa anche la valutazione di Moody's del debito pubblico italiano, previsto – se non interverrà un rinvio - per venerdì prossimo: si rischia un downgrade da Baa3 a junk. Il che costituirebbe una pressione molto ingombrante all'attività economica del prossimo esecutivo.

Proprio mentre, con la recessione alle porte, è ancora più difficile rispettare i vincoli europei. Come è possibile, è lecito chiedersi, rifinanziare il debito pubblico e nello stesso tempo adeguarsi all'austerity imposta dall'Ue? E' la vecchia storia di Scilla e Cariddi, e dell'impossibilità di evitare l'uno o l'altro pericolo.

Tetto al prezzo del gas

Proprio il rischio di interferenze esterne potrebbe mettere i bastoni fra le ruote a una promessa elettorale del centrodestra: introdurre autonomamente un tetto al prezzo del gas se l'Ue non lo farà. Si teme, però, che occorrerà chiedere comunque l'autorizzazione a Bruxelles per gli scostamenti di bilancio, come avviene quando le economie sono in recessione. Spagna e Portogallo, che hanno inserito già da tempo un cap autonomo alla tariffa del metano, hanno avuto il via libera dell'Ue. Vedremo se l'avrà anche l'Italia.

Trimestre da incubo

Mancano comunque pochi giorni alla chiusura del terzo trimestre, che per la Borsa italiana sarà molto negativo. I valori si riporteranno, infatti, ai minimi di giugno, affossati da una doppia combinazione: timori di recessione dovuta al rincaro di gas ed elettricità e rialzo dei tassi.

Tuttavia, l'azionario resta una soluzione migliore rispetto alle obbligazioni, che vedono il decennale italiano al -37% da inizio anno, e quello tedesco al -25%. Questo perché le Borse possono sempre recuperare, mentre per i bond una rimonta è molto più improbabile.

Ma chi perde di più in Borsa in questo annus horribilis? Sicuramente gli americani che hanno investito in Europa, in un periodo contraddistinto dal deciso arretramento dell'euro: a cali del 20% hanno dovuto aggiungere ulteriori decrementi dovuti al deprezzamento delle valute.

Di contro, gli europei che hanno scelto le Borse americane non hanno perso più di tanto, proprio perché il dollaro forte ha permesso loro di recuperare parte del calo del 20% registrato oltre oceano.

Sterlina, crollo verticale

Se l'euro crolla, la sterlina è in picchiata. Tanto che non solo è data come quasi certa e imminente la parità fra il pound e il dollaro, ma sembra possibile che persino l'euro superi la moneta di Sua Maestà, in un sorpasso in frenata degno di un gran premio di Formula 1. A sostenere questa possibilità è stato Larry Summers, ex capo economista della Banca Mondiale ed ex segretario al Tesoro americano.

La Banca d'Inghilterra, da parte sua, è pronta a valutare un aumento urgente dei tassi, per sostenere la sterlina e portare al 2% l'inflazione.

Nessun intervento previsto, invece, sul debito pubblico: su questo punto, i paesi anglosassoni hanno un'opinione diversa rispetto all'Unione Europea a trazione tedesca. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti l'idea dominante è che il debito non sia un male, a condizione che serva a far crescere il paese: se gestito bene, infatti, abbatte il tasso di disoccupazione, aumenta il pil (e le entrate al fisco) e, alla fine, crea più benessere. Per fare questo, naturalmente, è necessario un mercato interno molto forte, che l'Europa non ha.

In ogni caso, l'extra debito prodotto dalla Gran Bretagna di Liz Truss è fortissimo: oltre al robusto taglio delle tasse previsto dalla nuova premier, c'è anche il problema dei costi per le bollette energetiche, che il governo dovrà risolvere. A cui si deve aggiungere anche il finanziamento del rialzo dei tassi.

La situazione è quindi molto confusa. Talmente confusa che appare proibitivo prevedere se si creerà un nuovo ordine gerarchico per le valute o le cose ritorneranno, gradualmente, come prima. Certo è che il caos durerà ancora per un certo tempo – almeno fino a quando la guerra non finirà.

Su i tassi

La Banca d'Inghilterra non è l'unica che, in tutta probabilità, alzerà i tassi di interesse. Anche la Fed si prepara a dare l'ennesimo ritocco, anche se questa strategia non dovrebbe durare a lungo. Presto (forse addirittura prima di Natale) la banca centrale americana sarà costretta a fare precipitosamente marcia indietro e rientrare su valori più moderati.

Anche la Bce è intenzionata a seguire l'esempio americano, replicando quanto fece Jean-Claude Trichet nel 2008. Ma, in questo caso, la strategia è del tutto contestabile. La crisi dell'euro non dipende da fattori interni, ma solo e unicamente dalla crisi energetica. Il rialzo dei tassi in Europa finirebbe di rendere ancora più drammatica una situazione già di per sé molto grave, senza risolvere il problema del caro-gas.