15 agosto 2022
Aggiornato 17:00
L'intervista

Brandi: «L’inevitabile parabola del Movimento 5 stelle, nato senza un’identità»

Matteo Brandi, già membro dello staff della comunicazione del Movimento 5 stelle, analizza al DiariodelWeb.it la scissione tra Conte e Di Maio e l’implosione dei grillini

Matteo Brandi, già membro dello staff della campagna elettorale di Virginia Raggi a Roma e della comunicazione del gruppo grillino alla Camera
Matteo Brandi, già membro dello staff della campagna elettorale di Virginia Raggi a Roma e della comunicazione del gruppo grillino alla Camera Foto: Agenzia Fotogramma

Alla fine il Movimento 5 stelle è definitivamente imploso. Al termine del lungo scontro con Giuseppe Conte, Luigi Di Maio ha dato l'addio e ha realizzato una scissione, fondando il suo gruppo Insieme per il futuro. È il triste tramonto di una forza politica che era arrivata a contare il 32% dei voti solo quattro anni fa ma che, da quando si è seduta al governo, sembra avere operato una vera e propria modificazione genetica della propria identità. Il DiariodelWeb.it ne ha parlato con Matteo Brandi, già membro dello staff della campagna elettorale di Virginia Raggi a Roma e della comunicazione del gruppo grillino alla Camera, oggi autore e comunicatore politico nonché nella segreteria di Pro Italia.

Matteo Brandi, qual è il suo punto di vista sulla parabola politica del Movimento 5 stelle?
La sua storia è quella di un movimento nato volutamente liquido. Senza basi ideologiche solide, senza una visione di mondo ben definita. Un movimento liquido in una società liquida: in questo senso si potrebbe dire che è la forza politica più moderna che ci sia, ma in senso negativo. È perfettamente sovrapponibile ad un mondo senza confini, senza frontiere, senza identità. Il M5s, un'identità non ce l'ha mai avuta.

Eppure all'inizio della sua storia riscosse un successo piuttosto fulminante.
Perché partì promuovendo delle lotte condivisibili: quelle per la sovranità monetaria, per mettere in discussione l'attuale paradigma economico, politico, culturale, sociale. Ma, nel momento in cui non è riuscito ad ottenere i risultati che voleva, con una velocità e una facilità disarmante si è riallineato alla narrazione imperante.

Ha tradito se stesso.
È passato dallo slogan «Fuori dall'euro» a diventare un gregario del Partito democratico e di Draghi. Cioè non ha solo cambiato leggermente rotta e nemmeno fatto un'inversione a U, ha fatto letteralmente un testacoda. Un fenomeno che non si era mai visto prima. Quindi sta andando incontro al suo destino naturale.

Come mai afferma questo?
Perché è nato per adattarsi alla situazione, non per imporre una propria linea d'azione o un'idea politica, che sia condivisibile o meno. Se un movimento perde così facilmente la propria identità è evidente che diventa tutto e nulla.

In questo senso si possono operare dei distinguo tra la posizione di Conte e di Di Maio?
La loro spaccatura non è particolarmente ideologica. Lo stesso Giuseppe Conte a parole si dice contrario a Mario Draghi, ma poi di fatto continua comunque ad appoggiare il governo. Entrambe le fazioni non mettono in discussione l'appartenenza dell'Italia all'Unione europea o alla moneta unica. Quando si tratta delle battaglie che cambiano davvero le cose, una differenza non si nota. La loro è una guerra di poltrone, peraltro in un movimento che aveva fatto della guerra alle poltrone uno dei propri cavalli di battaglia.

Forse un'anima più battagliera era quella di Alessandro Di Battista, che infatti poi è stato rapidamente fatto fuori.
Più che battagliera era movimentista, da piazza, populista. Ma ad un certo punto è arrivata la normalizzazione: sono passati dalle magliette da piazza alle cravatte delle istituzioni. I grillini, nel palazzo, sono stati mangiati vivi proprio perché non avevano una dottrina, un'idea di base a cui aggrapparsi. E quindi con molta facilità sono stati portati dalla parte del sistema.

Venendo meno un movimento che comunque ha rappresentato la speranza di cambiamento di milioni di elettori, si rischia ora di approfondire ulteriormente il disamoramento degli italiani nei confronti della politica, come abbiamo visto anche agli ultimi referendum e alle elezioni amministrative?
Purtroppo sì. Il Movimento 5 stelle ci ha lasciato due eredità: una negativa e una positiva. Quella negativa è proprio questo scoramento, dato dalla cocente delusione. Tanta gente oggi ha davvero difficoltà a credere nella politica, perché ha dato le proprie speranze, il proprio tempo, le proprie energie ad un movimento che poi ha fatto esattamente il contrario di ciò che si prefiggeva a parole. Infatti oggi la difficoltà delle neonate forze emergenti è quella di superare questo trauma.

E quella positiva?
Ha dimostrato quanto inutile e deleteria sia l'antipolitica. È stato una palestra al contrario: ha dimostrato tutto quello che non bisogna fare per cambiare le cose. Questa, secondo me, è una grande lezione che, se appresa, potrebbe portarci a fare tutti quanti un salto di qualità forse decisivo.

Proprio in un momento in cui il governo in carica è sostenuto praticamente da tutto l'arco costituzionale, dunque lascia praterie per le nuove forze di opposizione.
La difficoltà che vediamo è che queste forze politiche sono unite principalmente dalla battaglia del momento: il green pass, il no alle armi in Ucraina o al governo Draghi. Il problema è che manca la malta che tenga insieme questa muraglia fatta di tanti mattoni diversi: la stessa visione del mondo. Che purtroppo non è condivisa.

In che senso?
Dall'esterno questi movimenti sembrano dire tutto sommato la stessa cosa, ma non è stata messa in chiaro una visione complessiva. Ad esempio la questione della permanenza dell'Italia nell'Unione europea non è affrontata nella stessa maniera, alcuni esponenti non sono convinti di questa battaglia sovranista. Si corre verso le urne senza strutturare una proposta. Finora si è sempre rimasti sulla retorica dell'«anti», che funziona molto meno proprio in virtù di quello che è successo al Movimento 5 stelle.

Parliamo del governo Draghi: prima ancora del suo insediamento, lei l'aveva definito «una sciagura». Dopo i primi mesi di lavoro, ha cambiato idea?
Niente affatto. Per prevedere quello che avrebbe fatto Draghi non serviva avere la sfera di cristallo: bastava leggere il triste curriculum di questo «vile affarista», come lo definì giustamente Cossiga. Ha sempre lavorato contro gli interessi nazionali, fin da quando cominciò a frequentare i suoi compagni della Goldman Sachs, da quando fu attirato nel mondo dell'alta finanza, da quando salì sul panfilo Britannia a concordare la svendita della grande industria italiana, da quando portò da noi lo strumento dei derivati lavorando in Banca d'Italia, da quando come presidente della Bce contribuì al golpe finanziario del 2011 che portò Monti al governo. Draghi è questo, ed è molto coerente nel portare avanti le sue politiche.

Qualcuno non se n'era accorto?
Purtroppo io ho letto, anche nel nostro universo, le analisi di chi si aspettava che Draghi avesse cambiato rotta, abbracciando un'economia più keynesiana, più disposta verso la spesa pubblica. Invece lui è quello del Pnrr, della «creative destruction», cioè della distruzione delle piccole e medie imprese, e oggi viene lodato in sede europea come premier più allineato ai diktat di Washington. Quello che vuole di più l'aiuto militare all'Ucraina, il suo ingresso nella Ue e la cosiddetta integrazione europea, che significa distruzione degli Stati nazionali.

La crisi ucraina che ruolo gioca in questo scenario?
Diciamo che fa comodo a molti, ma dal punto di vista americano è stata anche un errore. Washington ha spinto l'Ucraina contro la Russia, nonostante molti pareri dello stesso deep state americano fossero avversi. La strategia non era neanche univoca. Pensiamo ad esempio a Kissinger, che nel 2014 avvertì che usare l'Ucraina come punta di lancia contro l'orso russo, invece che come ponte, li avrebbe messi nei guai. Infatti è vero che la Russia è stata staccata dall'Europa, ma è stata gettata nelle braccia della Cina. Quindi la guerra si è rivelata uno sbaglio strategico per gli americani.

E per noi europei?
Noi siamo gli unici che ne stiamo pagando le conseguenze, in mano a classi politiche nemiche dell'interesse dei propri popoli. In questo purtroppo spicca Mario Draghi, che è qui per fare ciò che gli è stato ordinato: smantellare quello che rimane della nostra sovranità e porre l'Italia in prima fila in questo folle conflitto nei confronti della Federazione russa. Finora indiretto, e speriamo che lo rimanga. Difendere l'interesse italiano non gli passa minimamente per la testa, perché è figlio di una cultura politica che vede come fumo negli occhi gli stessi Stati nazionali.