28 novembre 2022
Aggiornato 15:30
L'intervista

Mollame: «Perché la crisi energetica è gravissima (e come la si può risolvere)»

Il senatore Francesco Mollame, di Italia al Centro, spiega al DiariodelWeb.it i problemi strutturali del sistema energetico italiano, ma anche le loro possibili soluzioni

Mollame: «Perché la crisi energetica è gravissima (e come la si può risolvere)»
Mollame: «Perché la crisi energetica è gravissima (e come la si può risolvere)» Foto: Depositphotos

Lo scoppio della guerra in Ucraina ha scatenato la crisi energetica. Che ha acceso i riflettori su un problema di fragilità del sistema italiano che non nasce oggi, ma è storico e strutturale. Al DiariodelWeb.it ne parla il senatore Francesco Mollame, di Italia al Centro.

Senatore Francesco Mollame, il governo Draghi sta facendo abbastanza per fronteggiare la crisi energetica?
In questa fase di emergenza il governo ha fatto il possibile per risolvere i problemi immediati. Quanto alle strategie più di lungo periodo, si sta iniziando a muovere, ma la questione esiste ed è gravissima.

A cosa si riferisce?
Pensiamo ai prezzi del gas, la commodity più incriminata: anche se si dovesse risolvere a breve il conflitto in Ucraina, gli effetti del caro energia si continueranno a far sentire, in particolare nel periodo cruciale del prossimo inverno, quando dovremo ricostituire le scorte.

Il problema non dipende dunque solo dalla guerra, ma dalla struttura fragile del sistema energetico italiano.
Assolutamente. Noi dipendiamo dall'estero, perché produciamo solo il 7-8% del nostro fabbisogno di gas e petrolio. Quasi il 50% lo importiamo dalla Russia, con la quale abbiamo stipulato contratti a lungo termine, per via della loro convenienza. E adesso ne paghiamo le conseguenze.

Qual è la strada da battere per ridurre questa dipendenza?
Diversificare le nostre fonti d'approvvigionamento. E sviluppare tutte quelle di produzione interna. Ad esempio la possibilità di utilizzare i nostri rifiuti, soprattutto la frazione organica, per la produzione di biogas e la realizzazione di cogeneratori. Ma anche la risorsa straordinaria rappresentata dai tetti delle nostre case, per installare piccoli impianti fotovoltaici. Senza bisogno di invadere i terreni agricoli né dover spendere per potenziare le reti, come è necessario per i grandi impianti. Alle nostre latitudini un kW di potenza installato produce 1300-1400 kWh all'anno, il doppio della Germania.

Sulla prospettiva delle energie rinnovabili si è fatto abbastanza?
Non si sono sviluppate quanto avremmo potuto, anche per colpa del problema della burocrazia che ci attanaglia ormai dalla nascita della nostra Repubblica. E ha frenato enormemente queste opportunità, dalle risorse di valore più limitato come il biogas, fino al fotovoltaico e all'eolico. Oggi si parla di una sorta di supercommissario, che dovrebbe sbloccare quanto ancora giace nei meandri delle autorizzazioni regionali o ministeriali. Si sta cercando di trovare una soluzione, ma questo settore arranca. E, anche quando trovano concreta realizzazione, queste fonti non sono sufficienti.

Perché?
Principalmente perché non si riuscirà mai a coprire le nostre esigenze, ma anche perché non sono programmabili. Il fotovoltaico produce solo di giorno, l'eolico solo quando c'è vento. Invece noi dobbiamo avere sempre a disposizione l'energia che ci richiede la rete e il problema più grosso è che l'elettricità non si può accumulare, almeno per le grosse quantità necessarie. Sulla possibilità di questo accumulo dobbiamo lavorare.

In che modo?
Un'opportunità poco utilizzata, anche in passato, è quella dell'idroelettrico, storicamente la prima fonte rinnovabile di cui disponiamo. I nostri serbatoi in quota sono dei grandi accumulatori. In Italia piovono circa 300 miliardi di metri cubi d'acqua all'anno, oltre a quella che viene raccolta nei bacini a valle e poi può essere pompata durante la notte per riutilizzarla di giorno, quando uffici e industrie consumano di più. Ci sono già aziende che si stanno muovendo in tal senso e anche il Pnrr consente di farlo. Oggi questa difficoltà può trasformarsi in un'opportunità per sviluppare questa tecnologia. Certo, servono comunque anni.

Ma esiste poi un'altra opportunità rappresentata dall'energia geotermica.
Assolutamente. Mi viene in mente la storiella del contadino che cerca il suo asino e non si accorge di esserci già seduto sopra. L'energia geotermica si utilizza già, ma a basse profondità. Invece, a venti chilometri dalla superficie terrestre si toccano temperature di alcune centinaia di gradi. L'uomo è riuscito ad arrivare sulla Luna percorrendo 370 mila chilometri nello spazio, a costruire metanodotti di decine di migliaia di chilometri. Concentrando la ricerca su questo obiettivo, penso che sia assai fattibile raggiungere un punto che sta ad appena venti chilometri sotto i nostri piedi.

Siamo vicini a questo obiettivo?
Mi pare che la profondità massima raggiunta si aggiri sui dodici chilometri e mezzo circa, un esperimento portato a termine a nord della Russia. Poi le temperature fanno fondere qualunque tipo di testata meccanica. Ma oggi ci sono alcuni studiosi che stanno lavorando sulla possibilità di utilizzare la tecnologia del girotrone, equipaggiato da una sorta di laser che lavora su lunghezze d'onda millimetriche, per fondere la roccia. Nel Massachusetts sono abbastanza avanti, potrebbero volerci ancora uno o due anni. Questo aprirebbe una nuova era: non andremmo più a cercare petrolio, carbone o gas, che comunque sono fonti inquinanti, ma con un circuito chiuso ad acqua potremmo usufruire del vapore per far girare le turbine nelle nostre centrali termoelettriche. Con un approccio sostenibile e limitando l’effetto serra. La soluzione ce l'abbiamo sotto i piedi, mi verrebbe da dire.