24 maggio 2022
Aggiornato 03:00
L'intervista

Floros: «Perché il gas può mettere fine alla guerra tra Russia e Ucraina»

L’analista geopolitico Demostenes Floros spiega al DiariodelWeb.it le strategie energetiche che stanno dietro al conflitto, ma che potrebbero anche portare alla pace

Il Presidente russo, Vladimir Putin
Il Presidente russo, Vladimir Putin Foto: Sputnik

Nella guerra in corso tra Russia e Ucraina le strategie militari si intrecciano inevitabilmente con quelle energetiche. Mosca è infatti il principale esportatore di gas naturale verso l'Europa e proprio questo comune interesse, paradossalmente, potrebbe rappresentare l'inizio di una soluzione per il conflitto. Lo spiega al DiariodelWeb.it l'analista geopolitico ed economico Demostenes Floros, docente del master in Relazioni internazionali d’impresa Italia-Russia all’università di Bologna, nonché autore del saggio «Guerra e Pace dell’Energia. La strategia per il gas naturale dell’Italia tra Federazione russa e Nato», edito da Diarkos.

Demostenes Floros, in Occidente lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina è stato raccontato come un improvviso impazzimento di Putin. È andata così?
Suggerirei di abbandonare le presunte categorie interpretative di bene o male, di sanità o follia. Le metterei da parte e cercherei invece di comprendere i vari rapporti di causa ed effetto.

Quali sono, dunque, le cause che risalgono indietro nel tempo e alle quali non abbiamo prestato la dovuta attenzione?
Sono due. La prima riguarda l'allargamento ad est della Nato dopo la fine della Guerra fredda. Che è arrivato a comprendere gli ex membri del patto di Varsavia, gran parte della ex Jugoslavia e anche parte dei territori dell'ex Unione sovietica: mi riferisco ad Estonia, Lettonia e Lituania. Fino ad arrivare a prospettare la possibilità di un ingresso anche dell'Ucraina.

Perché questo allargamento rappresenta un problema?
Dobbiamo essere molto chiari. L'ingresso dell'Ucraina nella Nato significherebbe dare la possibilità agli Stati Uniti di piazzare i propri missili a tre-cinque minuti da Mosca. E questo sarebbe inaccettabile per qualsiasi presidente, non soltanto per Putin.

Lo fu per Kennedy ai tempi della crisi della Baia dei porci.
Infatti. A mio avviso questa è la prima causa. Dopodiché ne abbiamo una seconda, più recente.

Quale?
Il mancato rispetto degli accordi di Minsk. Vennero firmati dopo il colpo di Stato del 2014 e la guerra in Donbass: che, in realtà, è in corso da allora e ha già provocato, secondo dati ufficiali, più di 13 mila morti. La responsabilità è tutta sulle spalle dei governi di Kiev.

Se queste sono le cause, quali possono essere le soluzioni? Come si fa ad uscirne e a portare a compimento questi stentati colloqui?
Rispondere a questa domanda è difficile. Io credo che l'obiettivo che noi europei ci dovremmo porre è quello di un'Ucraina neutrale. I russi non accetteranno alcun compromesso che non comprenda almeno questo punto. Dobbiamo tenerne conto e, a mio avviso, possiamo tentare di arrivare a una mediazione del genere.

Come?
Cercando di far prevalere, all'interno della Nato, quelle figure che capiscono quanto sia necessario per noi il rapporto con la Russia. E che quindi abbiano la forza di mettere da parte i falchi che stanno dall'altra parte dell'oceano, ma anche quei Paesi all'interno dell'Unione europea che hanno soffiato sul fuoco: faccio riferimento alla Polonia e ai Baltici.

Ha appena definito «necessario» il nostro rapporto con la Russia. Significa che non possiamo fare a meno del loro gas, né oggi né in futuro?
La mia risposta è no. L'Europa ha importato l'anno scorso 185 miliardi di metri cubi, il nostro Paese poco meno di 30. Stiamo parlando di circa il 40% dei nostri consumi. L'Italia, a dire il vero, ha una diversificazione maggiore, grazie ad Enrico Mattei. In teoria potremmo diversificare ancor di più e calare il nostro fabbisogno, anche se in parte, non certo con i dati che sta sostenendo Cingolani. Ma è uno scenario molto difficile, non immediato e soprattutto più costoso.

Perché?
Perché chi oggi, da oltreoceano, ci offre il gas naturale liquefatto lo fa ad un costo superiore del 25-30%. Lo pagheranno le nostre manifatture e non so chi riuscirà a reggere la concorrenza. Quindi mi sembra un aiuto non disinteressato.

Ma il rischio che i famigerati rubinetti vengano chiusi è concreto?
Faccio una premessa. La Federazione russa non ha solo aumentato le esportazioni verso l'Europa di quasi il 6% nell'anno trascorso, ma dal 23-24 febbraio i dati ufficiali dei flussi indicano quasi un raddoppio. Da poco più di 50 milioni di metri cubi siamo arrivati a quasi cento, che si sono mantenuti tali anche nei giorni a seguire. Tra l'altro proprio grazie ai gasdotti che attraversano l'Ucraina.

Quindi da quando è iniziata la guerra, in realtà, il gas in arrivo dalla Russia è addirittura aumentato. Un segnale significativo.
Appunto. Il messaggio chiaro che ci hanno mandato i russi è: sappiamo che voi avete bisogno di gas e noi della rendita mineraria, quindi lo facciamo confluire anche attraverso l'Ucraina. Nei giorni scorsi la nostra stampa ha parlato del blocco del gasdotto Yamal, che trasporta quasi 30-35 miliardi di metri cubi all'anno. Ma questo non è vero: semplicemente è andato in modalità di flusso inverso e, per alcune ore, ha trasportato dalla Germania alla Polonia. Non c'è stata alcun'interruzione. I flussi sono stati costanti, nel pieno rispetto dei contratti in essere. Come è sempre avvenuto con i russi, persino negli anni della Guerra fredda.

Continuerà ad essere così?
Nelle ultime ore le cose stanno peggiorando. Gli americani hanno imposto sanzioni sulle esportazioni di petrolio russo e hanno chiesto che anche gli europei le implementino. E i russi, tramite il vicepremier Novak, già ministro dell'Energia, hanno dichiarato che, se così fosse, sarebbero costretti ad assumere una misura analoga sul gas naturale, bloccando il Nord Stream. Il rischio purtroppo c'è. Ma io suggerirei alla nostra politica, proprio in questo momento, di smettere di considerare l'energia un ricatto e utilizzarla invece per lo scopo opposto: per lanciare un piano di de-escalation.

Cioè?
Cioè, gli europei e russi dovrebbero sedersi intorno ad un tavolo, nella consapevolezza che non possiamo fare gli uni a meno degli altri. E che, se andiamo avanti in questa direzione, distruggeremo entrambi le nostre economie. Un prezzo che invece non pagherebbero dall'altra parte dell'Atlantico, visto che gli americani non importano gas naturale dalla Russia e che possono tranquillamente sostituire quei 300-400 mila barili di petrolio rifornendosi in Canada o addirittura in Venezuela.

Quindi lei afferma che il gas può diventare, da elemento di guerra, addirittura la chiave per la pace?
Esatto. Bisogna utilizzare l'energia in maniera dialettica, come opportunità per la ripresa di un dialogo.