12 maggio 2021
Aggiornato 19:00
L'intervista

Camuso: «Cade il governo e non si vota? Inammissibile, questa non è democrazia»

Al DiariodelWeb.it parla la giornalista Angela Camuso, autrice del libro «La vita che ci state rubando»: I dati della pandemia sono stati utilizzati al servizio di narrazioni completamente distorte

L'incontro al Quirinale tra Sergio Mattarella e Mario Draghi
L'incontro al Quirinale tra Sergio Mattarella e Mario Draghi ANSA

Il suo lavoro è finito al centro dell'attenzione nelle ultime settimane, grazie ad una serie di servizi che ha realizzato per la trasmissione «Fuori dal coro», in cui ha dato voce a quei medici che hanno scoperto la cura per il coronavirus fin dalla scorsa primavera, salvo poi essere totalmente ignorati dal governo. Ma la giornalista Angela Camuso ha fatto ben di più di questo: nel suo ultimo libro «La vita che ci state rubando», edito da Castelvecchi, porta avanti quella che lei stessa definisce, ai microfoni del DiariodelWeb.it, «una riflessione filosofica, politica e sociale rispetto a quanto è accaduto da marzo in poi, confrontando anche i meccanismi di creazione del consenso e di manipolazione comunicativa dei dati».

Angela Camuso, ma chi è che ci sta rubando la vita?
Il potere, che ha in mano la gestione di questa pandemia.

La responsabilità di chi è? Soltanto del governo?
No, sono responsabili tanto i potenti, quanto coloro che ne sono stati complici, per il proprio lavoro, per le proprie posizioni, per le proprie relazioni o per i propri tornaconti. Forse gli unici a non avere colpa sono proprio i cittadini, che hanno avuto accesso alle informazioni solamente attraverso i mass media. Anche se della mancanza di consapevolezza della gravità di ciò che stava accadendo fin dal primo momento siamo colpevoli un po' tutti. E continuiamo ad esserlo, sottostando ad un sistema politico che sta adottando il sistema della dittatura.

Addirittura della dittatura?
Certo. Io trovo inammissibile che non si vada a votare, paventando la strisciante minaccia di fondo della pandemia. Il governo è caduto, perché non aveva più la rappresentanza del parlamento, quindi dei cittadini, e ora lo si cambia senza chiedere al popolo quale esecutivo voglia. A questo punto come si può parlare di democrazia? Siamo arrivati ad un punto punto in cui il nostro meccanismo politico ha molto a che fare i metodi dittatoriali. Quello che sta succedendo è gravissimo.

Parliamo allora del ruolo che ha giocato l'informazione.
Il popolo, fin dai primi momenti, è stato privato della possibilità di capire ciò che stava succedendo. I dati sono stati utilizzati al servizio di narrazioni completamente distorte. Sono stati sbandierati senza alcun valore statistico: come il numero dei contagi, che non risponde ad alcun campione effettivo. Questa narrazione è dilagata come uno tsunami e il popolo ne è rimasto stordito. E ciò dimostra anche la grande responsabilità di coloro che hanno gestito i mass media, che si sono ritrovati immersi in quello spettacolo politico che loro stessi avevano contribuito a costruire, senza neanche rendersene conto. Questo cortocircuito, secondo me, è l'aspetto più incredibile. Che ha tolto agli italiani qualsiasi libertà di conoscenza e, dunque, di scelta.

Dalla sua analisi dei dati, invece, quale lettura alternativa emerge?
Studiando i dati di mortalità di questo virus, mi sono accorta, fin da subito, che la percentuale di rischio che corre la stragrande maggioranza della popolazione è molto basso. Il popolo italiano dev'essere messo in condizione di capire quali rischi corre, per poter fare delle scelte. Invece si è cavalcata l'isteria della paura collettiva, che poi è giunta a degenerazioni disumane. Come il fatto che i malati venissero isolati invece che curati. È così che il governo italiano tutela la nostra salute?

Dunque l'emergenza sanitaria non può giustificare questi metodi di gestione?
No, anche perché l'emergenza è stata fatta passare come sanitaria, ma in realtà è ospedaliera. Ed è provocata da cause assolutamente irrisolvibili con la metodologia adottata finora. Il virus va affrontato, proteggendo le fasce più a rischio della popolazione, per le quali è maggiormente pericoloso, soprattutto perché non viene curato come si dovrebbe. E non perché la cura non si conosca: i medici l'hanno scoperta già da aprile.

Di che cura si tratta?
Fin dalla primavera scorsa, centinaia di medici in Italia si sono scambiati esperienze cliniche, tra gli ospedali e la medicina di base. E si sono accorti che quanto era scritto sui protocolli, cioè lasciare il malato a casa con la tachipirina, ad aspettare che la saturazione arrivasse ad un livello tale da fargli mancare il respiro, era completamente sbagliato. Al contrario, se si agisce con la normale pratica medica, ovvero andando a visitare il malato a casa e, se c'è una polmonite in atto, intervenendo subito con farmaci come cortisone, antibiotici, idrossiclorochina, si bloccano i sintomi. Che sono quelli che effettivamente uccidono.

Si evitano le complicazioni, insomma.
Il virus comporta una risposta infiammatoria dell'organismo, che a sua volta provoca meccanicamente quei microtrombi che impediscono di respirare. Invece, trattando i pazienti subito con i farmaci che inibiscono questa infiammazione, non moriva nessuno. Allora i medici hanno cominciato a scriverlo al ministero, poi queste loro osservazioni sono state avvalorate da studi sempre più numerosi. Ma noi, pubblicamente, non lo abbiamo saputo fino a questa settimana, quando alla fine lo ha affermato il presidente dell'Aifa, Palù, in un articolo su La Verità. Ciò significa che continuiamo a rimanere chiusi per una malattia che è curabile. Ma le cure sono state ostacolate.