18 gennaio 2021
Aggiornato 04:30
L'intervista

Lazzaretti: «Vogliono incolpare il popolo, ma la colpa è di chi gestisce la sanità»

Il DiariodelWeb.it ha interpellato il ricercatore indipendente Giovanni Lazzaretti, autore di uno studio sui dati ufficiali sul coronavirus dell'Iss e del Ministero della Salute

Roberto SPERANZA, Ministro della Salute
Roberto SPERANZA, Ministro della Salute ANSA

Altro che seconda ondata: quella a cui stiamo assistendo in questo periodo è solamente una fisiologica recrudescenza della pandemia. I cui numeri, se letti con attenzione, dipingono un quadro notevolmente meno grave rispetto a quello della primavera scorsa. È quanto emerge da uno studio pubblicato dallo scrittore e ricercatore indipendente Giovanni Lazzaretti, basato su un'analisi dei dati ufficiali dell'Istituto superiore di sanità e del Ministero della Salute. Da cui traspare una lettura ben diversa da quella che spadroneggia sulla grande stampa. Il DiariodelWeb.it lo ha approfondito insieme all'autore.

Dottor Giovanni Lazzaretti, lei inizia il suo studio mettendo in dubbio il concetto stesso di seconda ondata. Come mai?
Sì, lo faccio esplicitamente. Le cosiddette ondate sono un fenomeno tipico di malattie come l'ebola, che hanno la caratteristica di sterminare i soggetti colpiti. Dunque le ondate si esauriscono quando i contagiati sono morti, e riappaiono a sorpresa, senza che nessuno sappia né quando né dove. Qui, invece, era tutto chiaro: l'epidemia non era scomparsa, era solo calata per via del calore estivo.

Quindi questo peggioramento autunnale era ampiamente prevedibile?
Non se ne sapeva l'entità, ma c'era la certezza di una recrudescenza. Questo è il normale andamento di qualsiasi virus, anche quello dell'influenza: spariscono in estate e riappaiono in autunno.

Eppure i suoi numeri mettono in luce come la situazione, ad oggi, nonostante l'impennata dei casi di contagio, sia molto meno grave rispetto alla primavera scorsa.
Sappiamo benissimo che a marzo-aprile andò peggio di adesso: lo dicono i numeri dei morti e delle terapie intensive. Ma l'impressione, se si guarda solo il grafico dei casi, è che invece la situazione attuale sia molto più grave. Il motivo è che i casi che vengono registrati, in quasi totalità, sono finti, ovvero si tratta di persone semplicemente beccate da un tampone positivo e costrette a restare in casa pur essendo sane. Questa è una completa distorsione della realtà. Direi che l'epidemia italiana va divisa in tre fasi.

Quali?
Il 2 giugno si conclude la prima, quando le persone sono tornate libere di girare. La seconda è quella più tranquilla, durata grosso modo fino alla riapertura delle scuole. Dal 14 settembre c'è stata la recrudescenza, simile al periodo di marzo-aprile come andamento, ma non come numeri. Negli ultimi due mesi abbiamo avuto una media di 146 morti al giorno, mentre nei due mesi iniziali della prima fase acuta erano 465.

In altre parole, se i mezzi di comunicazione ci presentassero il numero dei decessi o dei ricoveri, la percezione dello stato della pandemia sarebbe molto ridimensionata. Invece si continua ad insistere con questa retorica basata unicamente sulla cifra dei contagi.
Esatto. Quando poi si sa come funzionano i tamponi viene ancora più rabbia.

Ovvero?
I tamponi funzionano sull'amplificazione di materiale genetico. Si può tirarlo per 30 o 40 volte, ma se si arriva a 50 di fatto si sta amplificando nient'altro che spazzatura. Se si esagera nella replicazione del Dna, da un certo punto in poi si trova qualcosa che non ha più nessuna relazione con ciò che si sta cercando. Cioè, diventare positivo non ha più nessun significato.

Insomma, per tradurlo in parole molto povere, vanno a cercare i pezzetti di virus con il lanternino.
Ciò che si trova è una positività convenzionale. Ci sono tre parametri: se uno dei tre è positivo, la persona è positiva. Che poi ciò che è stato trovato sia effettivamente il virus, questo è tutto da vedere. Anzi, nella maggior parte dei casi non è così. In questi giorni ho letto una notizia Ansa inquietante.

Quale?
Quella secondo cui lo Spallanzani ha rivelato che si stanno avvicinando alla soluzione per trovare un tampone che distingua tra influenza e coronavirus. Quindi dobbiamo dedurre che fino ad ora non sono stati in grado di distinguerli?

Ma a quale scopo si fa questa caccia agli asintomatici, per gonfiare il numero dei casi?
Non voglio fare il complottista, ma di logiche ce ne sono diverse. Quella più becera è che ogni tampone ha un costo, quindi se ci si convince che è bene farli, qualcuno ne incassa cifre notevoli in totale sicurezza. E poi c'è un altro fatto: attribuire l'epidemia ai contagi significa dare la colpa al popolo. Se invece ci si concentra sul sistema ospedalierio, la colpa è di chi gestisce la sanità. Quindi questo è anche un modo per tutelare le istituzioni, perché il piano da implementare in vista dell'autunno era chiaro, ma non è stato assolutamente realizzato.

Che cosa si sarebbe dovuto fare?
Visite a domicilio, alberghi Covid per concentrare i casi dubbi ma non ancora ospedalieri, ed espansione delle terapie intensive, sul modello della fiera di Milano. Queste erano le tre linee da perseguire per non sovraccaricare gli ospedali. L'estate ha dato l'opportunità di farlo, ma non si è fatto nulla. E quindi ci ritroviamo esattamente nella stessa situazione della scorsa primavera.

Dunque, se gli ospedali stanno andando nuovamente in crisi non è perché i casi aumentano, ma perché chi doveva correre ai ripari non l'ha fatto?
Sì.

Nel suo documento lei ha anche confrontato i protocolli utilizzati da diversi medici, compresi quelli che vediamo comparire quotidianamente in televisione, e si scopre che in pratica ciascuno li cura a modo suo.
Si capisce che molti medici stanno tentando di far qualcosa, ma tra di loro non c'è comunicazione, quindi non sapremo mai quale delle varie opzioni è la migliore. La condivisione pubblica, il confronto di esperienze, sarebbe molto utile. Dovrebbe apparire anche in tv, per fare anche divulgazione ragionevole agli spettatori. Invece bisogna raccogliere questi protocolli spulciando di articolo in articolo, di intervista in intervista.