22 settembre 2020
Aggiornato 13:00
Crisi coronavirus

Il coronavirus (e quello che bisogna fare) spiegato bene

Lo abbiamo chiesto a Pier Luigi Lopalco, epidemiologo, specialista in tema di virus: «La cosa migliore da fare è andare a verificare tutte le persone che sono già in ospedale»

Il coronavirus (e quello che bisogna fare) spiegato bene
Il coronavirus (e quello che bisogna fare) spiegato bene ANSA

ROMA - I casi di COVID-19, la malattia provocata dal nuovo coronavirus, in Italia aumentano, con focolai nel lodigiano e in Veneto. Sono casi cosiddetti «secondari» e rintracciare il paziente 0 non è sempre facile, cosa si può fare quando il tracciamento non riesce e in ogni caso per evitare o individuare nuovi focolai di casi secondari finora nascosti? E che cosa si può fare per evitare la diffusione del Covid-19 o prepararsi ad affrontarla? Lo abbiamo chiesto a Pier Luigi Lopalco, epidemiologo, professore di igiene all'università di Pisa, specialista in tema di virus. Ha spiegato: «Non si può andare a caso, la cosa migliore da fare è andare a verificare tutte le persone che sono già in ospedale, questa è la cosa più semplice e da fare subito: tutte le persone in tutti gli ospedali d'Italia che sono state ricoverate con polmonite e che sono risultati negativi al test per l'influenza, e sono tanti in questo momento i ricoverati per polmonite in Italia, andrebbero testati per il coronavirus».

«Perché - continua Lopalco - se c'è un focolaio che si è sviluppato in questi giorni almeno qualche caso grave lo avrà tirato fuori e questo caso grave si troverà in ospedale. Un caso come quello del 38enne di Codogno, o di Adriano Trevisan in Veneto, casi che nessuno immaginava fossero coronavirus, 'un paziente grave che è in ospedale per una polmonite, negativo all'influenza a cui magari il medico ha anche chiesto 'sei stato in Cina o con persone tornate dalla Cina?', la risposta è 'no' e non si è fatto il test per il Covid-19 non pensando ad un caso secondario. Ora è il caso di farlo quel test».

Tranquillizzare è importante, niente panico

«Non possiamo escludere altri focolai simili in Italia», avverte l'epidemiologo, i sintomi lievi magari non sono emersi, confusi con l'influenza, i casi gravi stanno emergendo ora, quindi «tranquillizzare è importante, niente panico, però è anche importante che le autorità si rendano conto che questo è il momento per prepararsi, se non lo hanno fatto fino ad oggi, che lo facessero subito e in questo caso la preparazione non significa chiusura di confini, non significa pensare a chi viene da fuori bisogna pensare a quello che c'è già dentro. E a questo punto la preparazione sta negli ospedali e va fatta urgentemente. Poi se questo focolaio si spegne nel nord est siamo tutti felici e contenti, ma la preparazione negli ospedali va fatta, non sono mai soldi buttati, è sempre un investimento in personale, in training, capacità, attrezzature».

Il virus non deve circolare nell'ospedale

All'ospedale di Codogno il passaggio del 38enne risultato poi positivo al coronavirus ha contagiato medici, infermieri, pazienti, allargando la diffusione: «Gli ospedali ormai questo lo abbiamo imparato - ricorda Lopalco - sono il posto in cui si diffondono di più questo tipo di infezioni e non va bene. Se in ospedale arriva una persona con un virus respiratorio, sia il coronavirus o l'influenza, il virus non deve circolare nell'ospedale; l'ospedale deve essere attrezzato in maniera che al suo interno questi virus non debbano circolare. Ci devono essere delle procedure per cui se entra una persona in ospedale con un virus respiratorio non deve contagiare medici, infermieri e gli altri pazienti che sono in sala di attesa, se uno ha la febbre non deve stare in mezzo agli altri. Semplice».

Serve prevenzione anche per gli operatori sanitari

E il caso di Codogno ha cosi rivelato che «gli ospedali italiani non sono attrezzati per questo. Anche culturalmente il controllo infezioni è qualche cosa a cui di fa poca attenzione. Gli operatori sanitari in questo periodo che c'è l'influenza si sarebbero presi comunque l'influenza e sarebbero stati a casa come succede ogni anno, perché ci sono tanti operatori sanitari che si prendono l'influenza, non si sono vaccinati, e se ne stanno a casa e mettono comunque in difficoltà l'ospedale per cui non c'è personale sanitario. Questo con l'influenza ma ora con il nuovo coronavirus - avverte Lopalco - non si può correre rischi: In questo caso specifico se dovessero aumentare i casi non posiamo permettervi il rischio di avere gli ospedali senza personale sanitario . Non stiamo parlando del fatto che abbiano una malattia grave, l'80% dei casi sono casi leggeri, però tenere a casa per 15 giorni un medico o un infermiere in questa situazione è un guaio, non ce lo possono permettere quindi bisogna evitare assolutamente che medici o infermieri si infettino con questo o con un altro virus respiratorio».

I casi gravi sono i primi che scopri

Due morti, oltre 50 casi di positività, casi anche gravi, quanto è già diffuso in realtà il virus? Lopalco conferma alcuni modelli matematici secondo cui «ogni persona deceduta ha almeno dietro di se 100 casi nascosti e così ad ogni caso molto grave in terapia intensiva ne stanno sotto cento». Quindi i casi di coronavirus sono destinati ad aumentare? «I primi casi sono stati subito gravi e ci siamo spaventati, i casi gravi sono i primi che scopri poi mano a mano, più si va avanti poi si trovano i casi meno gravi fino a trovare gli asintomatici, più si spinge la ricerca più si trova la parte sommersa dell'iceberg». Ora «si sta andando a cercare quindi si trova, è il motivo dell'impennata di questi casi tutti insieme, dai casi gravi emersi sono stati fatti 200-300 test e sono usciti 30 positivi».

Senza operazioni di contenimento raddoppio dei casi ogni 6/7 giorni

Quanto si diffonderà? Come prevedere i casi di super diffusori? «Invece di persone super-spreader preferiamo parlare di eventi super-spreader e non si possono prevedere. Ci sono persone che hanno una carica virale più alta di altri, e se una persona così partecipa ad un evento dove ci sono molte persone, come il caso della donna coreana che è andata a messa, ecco un evento super-spreader. Ci sono ma sono imprevedibili quello che sappiamo sui grandi numeri è il tasso di velocità di riproduzione di questo virus: sappiamo che se non ci sono fortissime operazioni di contenimento avviene il raddoppio dei casi più o meno ogni 6-7 giorni, ogni 6-7 giorni bisogna moltiplicare per due».

Così quello che vediamo adesso è la proiezione di quello che è già successo, giorni fa: «Tra i casi diagnosticati ora è probabile ci sia qualche caso con sintomi lievi che è all'inizio, contagiato da poco, per chi ha sintomi già manifesti visto che la media di incubazione è 5-6 giorni e può arrivare fino a 12, bisogna andare indietro nel tempo per il momento del contagio, più o meno 10 giorni. Così visto i dati del lodigiano Il grosso della circolazione del virus c'è stata nei 10 giorni scorsi».

Controlli e contatti sociali

I controlli sugli aeroporti sono stai inutili? «Sono un filtro ma per trovare qualcuno in aeroporto con la febbre bisogna essere fortunati, è un filtro ma non a maglie molto strette sicuramente non fermi gli asintomatici. Misure come queste servono a rallentare ma non a bloccare un virus come questo, non si blocca, è molto contagioso quindi è difficile bloccarlo».

Da Lodi ad arrivare a Milano poi a Roma... Ci vuole poco? «Se il livello di diffusione è abbastanza vasto; bisogna tenere conto che l'Italia è il Paese più densamente popolato, eliminando le zone montuose, dopo il Giappone. Da questo punto di vista siamo vulnerabili e anche per il fatto che siamo persone con molto contatti sociali. A cena si va in gruppo, siamo abituati a stare in compagnia a a stare tutti insieme, l'italiano non è uno solitario che si chiude in casa. Per il momento però resta il fatto che bisogna individuare quante più persone possibili».

La nostra attenzione va incentrata su Milano

«Al momento starei attento - aggiunge l'epidemiologo - a controllare la situazione a Milano perché ci sono migliaia di pendolari dal lodigiano. La nostra attenzione va incentrata su Milano, la città più grande, vicina la focolaio, con mezzi di trasporto affollati, luoghi pubblici. Poi vedremo che cosa succede se il focolaio riusciamo a controllarlo ma certo le grandi città sono più a rischio per il movimento continuo di persone. In ogni caso una chiusura come Wuhan è improponibile, in nessun paese europeo si potrebbe fare, a Wuhan è stata fondamentale perché non c'erano ospedali sufficienti, e hanno dovuto costruire in fretta prefabbricati con letti perché non sapevano dove mettere le persone. Io spero che in Italia non siamo assolutamente a quel punto. Una chiusura in Italia, a Roma o a Milano, o nelle città europee stile militare non la vedo proprio».

Attivare i medici di famiglia

Intanto - sottolinea Lopalco - facciamo di tutto per fermare e prevenire in focolai per questo «speriamo che si riescano anche ad attivare i medici di famiglia. Noi abbiamo ad esempio una rete in Italia dei medici sentinella per l'influenza, potrebbe essere un idea quella di coinvolgerli adesso: oltre a fare il tampone per l'influenza fare quello per il coronavirus. Perché se riusciamo a individuare precocemente i casi lievi o i casi che non vanno spontaneamente ai pronto soccorso possiamo anticipare di qualche giorno i vari focolai».

Serve coordinamento centrale

Quindi «serve assolutamente una grande disponibilità di test ma serve soprattutto un coordinamento, se non c'è un forte coordinamento centrale la situazione non si può gestire, con la parcellizzazione che c'è nel Ssn in Italia, il regionalismo e poi sotto al regionalismo le singole Asl. Ci sono Asl con propri regolamenti all'interno di una stessa regione. Da un alto è assodato che la maggior parte dei casi sono lievi e guariscono, le persone non devono farsi prendere dal panico, ma proprio perché la maggior parte dei casi è lieve è il problema per cui questo virus si sta diffondendo, un problema quindi per la sanità pubblica».

Importante la conta dei posti letto dedicati

Quindi ora serve un grande è coordinato piano di 'contingenza', ma «negli ospedali italiani non è stato fatto un piano di contingenza per affrontare questa tipo di situazione anche per la paura gli ospedali sono già pieni di persone che hanno magari solo un po' di febbre o tosse. La conta dei posti letto dedicati è assolutamente importante. Penso che la conta di posti letto negli ospedali sia stata fatta, quello che bisogna fare una volta raccolti questi numeri è un piano per aumentarli perché è sicuro che se ci dovesse essere un'ondata di persone che non si sentono bene quelli esistenti non sono sufficienti. Tutti i nostri ospedali sono tarati per essere con i letti occupati al 95 e più per cento, perché è la politica di sanità italiana, tenere i letti molto occupati negli ospedali. Il famoso taglio dei posti letto: se un ospedale ha letti vuoti vengono tagliati».