24 ottobre 2019
Aggiornato 06:30
L'inchiesta

Fadil morta di aplasia midollare. I pm di Milano: «Indagine da archiviare»

I pm hanno anche escluso responsabilità mediche. I familiari della modella stanno valutando di opporsi alla richiesta di archiviazione

Imane Fadil
Imane Fadil ANSA

MILANO (ASKANEWS) - Nessun mix di sostanze radioattive, nessuna contaminazione da metalli pesanti, nessun avvelenamento: Imane Fadil, una delle testimoni chiavi della Procura di Milano nelle inchieste sul caso Ruby, è stata stroncata da un'aplasia midollare, malattia rara caratterizzata dalla mancata produzione da parte del midollo osseo delle cellule che producono globuli rossi, globuli bianchi e piastrine nel sangue. All'equipe di specialisti dell'Istituto di Medicina Legale di Milano, diretti da Cristina Cattaneo (l'anatomopatologa famosa per essersi occupata di casi di cronaca del calibro di Elisa Claps e Yara Gambirasio) sono serviti 5 mesi di tempo per sciogliere ogni dubbio sulle cause della morte della 35enne che rivelò ai magistrati milanesi particolari e dettagli sul «bunga bunga» delle serate di Arcore. E anche se non è stato possibile individuare le cause scatenanti della malattia, di fronte all'esito degli accertamenti medico legali, la procura di Milano non può far altro che chiedere l'archiviazione dell'indagine avviata per omicidio volontario dai pm Luca Gaglio e Antonia Pavan.

Tre elementi investigativi

L'ipotesi dell'omicidio, come ha spiegato il procuratore Francesco Greco in conferenza, era giustificata soprattutto sulla base di tre elementi investigativi che «meritavano di essere approfonditi». Innanzitutto, l'allarme lanciato della stessa Imane al suo avvocato Paolo Sevesi: «Sembra che qualcuno mi abbia avvelenato, è arrivato un dottore stamattina a dirmelo. Io lo sapevo già, sentivo che volevano avvelenarmi e farmi fuori», disse la 34enne in una telefonata registrata il 12 febbraio scorso, circa 3 settimane prima di morire, ed entrata a far parte degli atti di indagine. Nella conversazione, Imane parlava anche di un medico che, a suo dire, sospettava che lei fosse vittima «di una sorta di complotto».

Ipotesi della contaminazione da radiazione

In secondo luogo, l'ipotesi della contaminazione da radiazione, basata sui risultati di alcuni esami clinici che avevano accertato «un movimento positivo di onde alfa con una frequenza radioattiva vicina a quella del polonio» ma scartata dopo approfondimenti medici che esclusero «qualsiasi traccia di radioattività» nel corpo dell'ex modella.

Ipotesi di avvelemanto

Infine, l'ipotesi di avvelenamento, giustificata dalle tracce di piridina, sostanza tossica che si trova in massicce quantità nei pesticidi, presenti nel sangue e negli organi della 35enne. Anche in questo caso sono stati le successive analisi mediche a stabilire che la piridina rintracciata nel corpo di Imane non aveva nulla ha che vedere con pesticidi ma era semplicemente il «residuo di un antibiotico» che le venne somministrato durante il ricovero in ospedale. Nel sangue della 25enne c'erano anche valori cromo e nichel superiori al normale. L'autopsia ha tuttavia escluso ogni possibile «connessione» tra la presenza di questi metalli pesanti nel corpo di Imane e «la sua entrata in ospedale e la sequenza mortale degli eventi patologici da lei subiti».

L'Avvocato della famiglia: «Valutare eventuali responsabilità mediche»

Nella relazione conclusiva consegnata nei giorni scorsi ai pm, il pool di esperti di medicina legale esclude ogni responsabilità in capo ai medici dell'Humanitas. Soprattutto perchè, anche una volta diagnosticata l'aplasia midollare alla 35enne, non c'era più il tempo sufficiente per poter procedere con una terapia efficace o a un trapianto di midollo osseo. «Anche se le scelte terapeutiche degli ultimi giorni, successive alla diagnosi formale di aplasia midollare, non sono state coerenti con tale diagnosi - si legge nel documento - si deve considerare che qualunque corretta terapia immunodepressiva con o senza trapianto di midollo osseo avrebbe richiesto molte settimane prima di poter modificare la storia clinica naturale di questa malattia». Parole che lasciano perplesso l'avvocato Mirko Mazzali, legale della famiglia Fadil: «Già da queste conclusioni emerge che le scelte terapeutiche non sono state consone con la diagnosi fatta. Non sono un medico, ma penso che ci siano elementi per valutare, attraverso una nostra consulenza, eventuali responsabilità dei medici».