29 novembre 2020
Aggiornato 00:00
La testimone del «Ruby Ter»

Morte Imane Fadil, Giudice in riserva su archiviazione indagine. La famiglia: «Vogliamo sapere se si poteva salvare»

Per la Procura di Milano la modella è morta per cause naturali e ha chiesto di nuovo l'archiviazione del caso. La famiglia chiede altre indagini: «Vogliamo sapere perché è morta»

Imane Fadil in Tribunale a Milano
Imane Fadil in Tribunale a Milano ANSA

MILANO - Bisognerà aspettare ancora per sapere quale sarà il destino dell'indagine milanese sulla morte di Imane Fadil. Secondo la procura di Milano, che aveva avviato un'indagine per omicidio volontario, il fascicolo va archiviato alla luce dei risultati dell'autopsia che ha sciolto ogni dubbio sulle cause del decesso: a stroncare la 35enne di origini marocchine che aveva rivelato ai magistrati milanesi particolari e dettagli sul «bunga bunga» di Arcore, ha stabilito l'equipe di specialisti diretti dall'anatomopatologa Cristina Cattaneo, è stata un'aplasia midollare, patologia caratterizzata dalla mancata produzione da parte del midollo osseo delle cellule che producono globuli rossi, globuli bianchi e piastrine nel sangue. Nessun avvelenamento, dunque, contrariamente a quanto si era ipotizzato nelle prime fasi dell'inchiesta milanese. Per la famiglia Fadil, invece, il fascicolo non può essere archiviato e le indagini proseguire per accertare eventuali responsabilità in capo al personale medico dell'Humanitas, la clinica alle porte di Milano dove Imane restò ricoverata per circa un mese prima della morte, avvenuta il 1 marzo scorso.

La decisione spetta al gip di Milano Alessandra Cecchelli: sarà lei a stabilire se accogliere la richiesta di archiviazione della Procura oppure se dare ragione ai familiari della 35enne che chiedono nuove e più approfondite indagini. Oggi pomeriggio c'è stata l'udienza di opposizione all'archiviazione: l'avvocato Mirko Mazzali, legale della famiglia Fadil, ha ribadito che Imane «si poteva salvare» se la patologia che l'ha stroncata fosse stata diagnosticata tempestivamente dai medici dell'Humanitas. Invece è morta a causa di una «diagnosi sbagliata», ha sostenuto il legale.

Per la procura è intervenuta il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano: il magistrato ha ribadito che le indagini hanno escluso ogni ipotesi di morte violenta e perciò il fasciolo aperto per omicidio volontario non può che chiudersi con un'archiviazione. Come da prassi, il gip è entrato in riserva: per il verdetto ci vorranno ancora giorni, forse settimane. Due gli scenari possibili: il giudice potrebbe accogliere la richiesta dei pm Luca Gaglio e Antonia Pavan e archiviare il fascicolo, mettendo definitivamente la parola fine alle indagini sulla morte della testimone chiave della procura nel caso Ruby, oppure condividere le argomentazioni dei familiari della vittima e riaprire il caso ordinando nuove e più approfondite indagini sui medici che curarono Imane senza riuscire a salvarle la vita.

Legale famiglia: si poteva salvare, vogliamo giustizia

Imane Fadil, la testimone chiave della procura di Milano nelle inchieste sul cosiddetto caso Ruby ,"si poteva salvare» se i medici che la curarono fossero stati in grado di diagnosticare per tempo la malattia rara che il 1 marzo scorso l'ha stroncata dopo una lunga agonia. La pensano così i familiari della 35enne di origini marocchine che con il loro legale, l'avvocato Mirko Mazzali, si oppongono alle richiesta dei pm di archiviare l'inchiesta sulla morte della donna che rivelò ai magistrati milanesi particolari e dettagli sulle serate del «bunga bunga» di Arcore.

«Vogliamo giustizia», è la parola d'ordine dell'avvocato Mazzali convinto che la morte di Imane Fadil sia stata la conseguenza di una «diagnosi sbagliata» da parte del personale medico dell'Humanitas, la clinica di Rozzano (comune alle porte di Milano) dove la 35enne venne ricoverata per una patologia inizialmente classificata come sospetto avvelenamento. L'inchiesta avviata dai pm Luca Gaglio e Antonia Pavan per omicidio volontario ha stabilito che Fadil morì per un'aplasia midollare, malattia rara caratterizzata dalla mancata produzione di cellule che producono globuli rossi da parte del midollo spinale. Da qui la richiesta di archiviazione a cui la famiglia Fadil si oppone. «Le conclusioni della procura - ha spiegato l'avvocato Mazzali - non ci soddisfano, gli stessi pm dicono che la diagnosi era sbagliata. Il nostro consulente di parte sostiene che con una diagnosi corretta e tempestiva Imane si poteva salvare. Le indagini devono dunque proseguire per accertare eventuali responsabilità in capo ai medici che la curarono. La famiglia Fadil ha preso atto della richiesta di archiviazione della procura, ma vogliono capire perchè sia morta e perchè non è stato possibile salvarla».