14 ottobre 2019
Aggiornato 07:00
Immigrazione

Corridoi umanitari e universitari: così arrivano ora i migranti in Italia

103 profughi arrivati dalla Libia e ospitati dalla Comunità Papa Giovanni XXIII. Altri inseriti nel progetto di Università di Bologna e Unhcr

Profughi in attesa di un alloggio
Profughi in attesa di un alloggio ANSA

ROMA - Sono 103 i profughi arrivati dalla Libia all'aeroporto militare di Pratica di Mare. Tra questi 51 saranno accolti nelle case della Papa Giovanni XXIII, la Comunità fondata da don Oreste Benzi, il sacerdote che per primo aprì una casa famiglia in Italia nel 1973. Il volo è partito da Tripoli ed è atterrato alle 14 allo scalo militare presso Roma. Il corridoio umanitario è stato gestito dal governo Italiano con la mediazione e collaborazione della Comunità di don Benzi. «Con questo corridoio umanitario abbiamo salvato interi nuclei familiari: donne, uomini e bambini provenienti da Sudan, Etiopia, Eritrea e Yemen strappate dalle prigioni libiche. Adesso saranno accolti nelle nostre case dove potranno ricevere il sostegno necessario per superare i traumi subiti ed iniziare una nuova vita» dice Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII. I rifugiati saranno ospitati in Romagna (12 a Rimini, 5 in provincia di Ravenna) ed in Toscana (34 in provincia di Massa-Carrara) presso alcune delle 201 case famiglia dell'associazione, che già accolgono 1.283 persone di tutte le età e provenienze. «Lavoreremo per l'integrazione di queste famiglie, inserendo i bimbi a scuola e cercando un lavoro per loro - continua Ramonda - . Non è semplice, ma non si può parlare di vera accoglienza senza una reale integrazione».

Come opera la Comunità Papa Giovanni XXIII

La Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi, opera da 50 anni al fianco degli ultimi. Oltre alle 201 case famiglia in Italia, gestisce altre 50 case famiglia all'estero. La casa famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII si caratterizza per la presenza di un papà ed una mamma. Non operatori in strutture residenziali ma strutture affettive. E' una vera famiglia. Tutti ci vivono 24 ore su 24, 365 giorni all'anno. Non un'occupazione lavorativa ma una scelta di vita. Famiglie che aprono le porte di casa all'accoglienza di chi ha bisogno. Lì c'è posto per tutti: minori, disabili, anziani, italiani o stranieri e «chiunque cerchi di ritrovare un posto nella società dopo aver sbagliato» si legge.

Corridoi universitari

Non solo: attraverso altri corridoi, quelli «universitari» tra l'Etiopia e l'Italia, si darà la possibilità a studenti rifugiati di proseguire il loro percorso accademico all'Università di Bologna. Questo è invece l'obiettivo del progetto UNI-CO-RE University Corridors for Refugees (Ethiopia-Unibo 2019-21), promosso dall'Alma Mater e Unhcr Italia - Agenzia ONU per i Rifugiati, e realizzato grazie al supporto di enti e istituzioni italiane e internazionali. Oltre al ruolo dell'Università di Bologna e di Unhcr Italia, l'attività di UNI-CO-RE sarà possibile grazie al supporto del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e al lavoro di un'ampia rete di partner: Arcidiocesi di Bologna, Caritas Italiana, ER.GO - Azienda Regionale per il Diritto agli Studi Superiori dell'Emilia-Romagna, Federmanager Bologna - Ravenna, Gandhi Charity, Manageritalia Emilia Romagna, Next Generation Italy.

Il progetto di Università di Bologna e Unhcr

Il progetto è rivolto a studenti che, fuggiti dal loro paese d'origine, si trovano ora in Etiopia e godono dello status di rifugiato. Nella fase pilota, attivata per i prossimi due anni accademici (2019/2020 e 2020/2021), saranno selezionati cinque studenti che hanno conseguito una laurea in Etiopia e intendono proseguire gli studi in Italia. Grazie ai corridoi universitari di UNI-CO-RE, gli studenti potranno ottenere borse di studio per frequentare un corso di laurea magistrale dell'Università di Bologna. Per loro sono previsti servizi di supporto amministrativo e logistico, e percorsi di integrazione nella vita universitaria locale. UNI-CO-RE si inserisce nell'ambito delle attività di Unibo for Refugees, l'iniziativa dell'Università di Bologna pensata per sviluppare forme di integrazione per gli studenti costretti a interrompere il proprio percorso formativo perché perseguitati o in fuga da zone di guerra.