16 ottobre 2019
Aggiornato 21:30
Lotta alla Camorra

De Raho: I pentiti sono «un'arma per riaffermare la legalità»

Per il Procuratore nazionale antimafia quello di Castellammare di Stabia è un episodio «molto grave»

Il Procuratore antimafia, Federico Cafiero De Raho
Il Procuratore antimafia, Federico Cafiero De Raho ANSA

ROMA - Quello di Castellammare di Stabia è sicuramente un episodio «molto grave» che dimostra come interi quartieri sostengano «coralmente» l'odio verso i collaboratori di giustizia, «un'arma per riaffermare la legalità». Lo ha detto il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, ospite di «Che tempo che fa» su RaiUno.

LA SCRITTA - Nella città campana considerata roccaforte del clan D'Alessandro, la scorsa notte è apparsa la scritta «Così devono morire i pentiti, abbruciati» su uno striscione accanto a un falò, dove è stato bruciato anche un manichino. Poi è stato dato fuoco alla catasta di legna, al fantoccio e allo striscione, il tutto accompagnato dagli applausi di una piccola folla di persone.

FATTO GRAVE - «E' sicuramente molto grave quello che è avvenuto, dimostra evidentemente come determinati orientamenti di censura, o addirittura odio, nei confronti di collaboratori di giustizia siano sostenuti coralmente da un intero quartiere, o comunque da gran parte delle persone che vi abitano», ha detto Cafiero de Raho nell'intervista con Fabio Fazio, «Perchè è evidente che annotare su quella catasta di legno, su quel fuoco, una frase come quella significa che vi è un grande consenso in quel quartiere verso la camorra. Soprattutto vi è insofferenza nei confronti di coloro che consentono di illuminare quella che è l'organizzazione camorrista dall'interno, che consentono l'individuazione dei responsabili e degli affiliati».

UNICA FONTE DI PROVA - «Proprio quei collaboratori di giustizia che oggi ci consentono di conseguire grandi risultati, perchè è vero che essi - insieme agli strumenti delle intercettazioni ambientali e telematiche, perchè ormai per telefono camorristi, mafiosi e n'dranghetisti non parlano più - rappresentano l'unica fonte di prova», ha aggiunto il procuratore nazionale antimafia, «Questa insofferenza si manifesta soprattutto laddove, come nel caso di Castellammare di Stabia, ci sono operazioni della magistratura e delle forze dell'ordine (c'erano stati arresti di circa quindici uomini affiliati all'organizzazione dei D'Alessandro)». E dimostra, ha concluso, che «i collaboratori di giustizia sono effettivamente un'arma per riaffermare la legalità».