13 novembre 2018
Aggiornato 08:00

Salvini taglia i «35 euro» per i migranti: esplode la rabbia delle associazioni per i rifugiati

Il nuovo bando sull'accoglienza ridurrà la dotazione giornaliera dai 35 euro a 19 o 26. Intanto Consiglio Italiano per i Rifugiati si scaglia contro il decreto sicurezza
Matteo Salvini nella tendopoli dei braccianti di Gioiatauro
Matteo Salvini nella tendopoli dei braccianti di Gioiatauro (Marco Costantino | ANSA)

ROMA - Il nuovo bando sul capitolato per i servizi di prima accoglienza per i richiedenti asilo che, tra l'altro, riduce la dotazione giornaliera di 35 euro a 19 o 26 euro «non toglierà niente a nessuno ma standardizzerà il nostro agli altri paesi europei togliendo denari pubblici a furbetti e finte cooperative». Lo ha detto il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, nel corso di una conferenza stampa al Viminale al termine del tavolo tecnico riunito al ministero sul nuovo bando messo a punto dagli uffici del Dicastero. Salvini ha ricordato come i nuovi standard di spesa contenuti nel capitolato sono stati il frutto «di un lavoro condiviso con sindaci, prefetti e volontari veri e non di mangioni. Sono certo che con queste nuove misure ai bandi non parteciperanno i finti volontari, ma resteranno quelli veri. Gli altri, invece, si daranno alla macchia».

Via dai centri chi commette reati
Secondo Salvini «il combinato disposto dell'allontanamento dai centri per chi commette reati, la necessaria rendicontazione delle spese e la prevista lista, nel dl sicurezza, dei paesi sicuri di origine, insieme a strumenti nuovi e precisi di lavoro agevoleranno la vera accoglienza. La pacchia è finita e inizia un percorso nuovo». Salvini ha poi ribadito che con le nuove misure «non verrà tolto nulla a nessuno ma, semplicemente, ci si adeguerà al resto d'Europa. Grazie al lavoro fatto con il ministero, in pochi mesi, si è portato a compimento una misura che si attendeva da dieci anni con criteri di buonsenso sul modello europeo mettendo ordine e trasparenza a quello che era diventato un mercimonio e un business fuori da ogni controllo».

Il Cir contro il decreto sicurezza
Il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir) si dice «gravemente preoccupato» dopo l'approvazione al Senato del Dl sicurezza. «È un decreto che non raggiungerà in nessun modo l'obiettivo che il legislatore si è posto: cioè più sicurezza nel nostro Paese. L'abolizione della protezione umanitaria creerà migliaia di irregolari che non potranno essere rimpatriati, se non in modo molto limitato. Lo smantellamento dello SPRAR determinerà nuove forme di marginalità, derive di esclusione sociale che inevitabilmente renderanno più fragili le persone che arriveranno in Italia enfatizzando il rischio di conflitti e rendendoli permeabili a percorsi di radicalizzazione», dichiara Mario Morcone, direttore del Cir, in un comunicato.

Cosa dice il decreto sicurezza
Il Decreto Sicurezza va a modificare molti degli aspetti portanti del sistema d'asilo e accoglienza costruito nel corso degli anni in Italia. Introduce forme estese di detenzione per richiedenti asilo, che potranno essere trattenuti solo per verificare la loro identità sino a 210 giorni. Limita i servizi di accoglienza per i richiedenti asilo che non potranno più avere accesso allo SPRAR, ma che saranno accolti nei centri governativi che, per loro natura e per il preannunciato taglio dei costi, forniranno solo un posto letto e un pasto. Introduce le procedure di frontiera ed estende la cessazione dello status di rifugiato e il diniego per richiedenti asilo anche a quanti hanno commesso reati la cui gravità, come la minaccia a pubblico ufficiale o il furto.

La rabbia delle associazioni
«Vediamo un altro rischio che ci allarma molto» denuncia il Cir. «L'introduzione del trattenimento ai soli fini identificativi e delle procedure di frontiera determinerà sulle coste della Sicilia e delle altre Regioni del Sud la realizzazione, per necessità, di grandi centri chiusi che deterranno migliaia di richiedenti asilo. È sostanzialmente quello che alcuni Paesi Europei ci chiedono da tempo e noi non abbiamo mai voluto fare» continua Morcone. Secondo il Cir, «colpiscono infine le misure relative alla cittadinanza. I quattro anni richiesti dall'amministrazione per dare una risposta alla richiesta di cittadinanza presentata da una persona che nei precedenti 10 anni aveva già dimostrato di essere nelle condizioni richieste dalla legge, non sembrano compatibile col livello di sviluppo del nostro Paese. Le disfunzioni della pubblica amministrazione non possono essere scaricate su persone che peraltro lavorano e pagano le tasse come tutti gli altri cittadini».