20 ottobre 2018
Aggiornato 08:00

Niente carcere ma domicilari per le mamme detenute: la proposta del governo dopo la tragedia di Rebibbia

L'impegno del ministro Bonafede: «Assurdo che un bambino nasca e cresca in un carcere»
Una veduta esterna dell'area femminile del carcere di Rebibbia
Una veduta esterna dell'area femminile del carcere di Rebibbia (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

ROMA - Sulla tragedia di Rebibbia, dove una detenuta ha scaraventato giù dalle scale del nido della sezione femminile i due figli, uccidendoli, serve tutto il riserbo del caso. «Non posso scendere nei dettagli perché c'è un'indagine della magistratura in corso», ha detto il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede a 'Gente', in edicola da venerdì 28 settembre. «Ma chiaramente se il giorno dopo i fatti dal ministero della Giustizia sono partiti provvedimenti di sospensione per i vertici della sezione femminile è evidente che io abbia constatato che qualcosa non è andata come doveva andare». Quel che al Guardasigilli preme che i cittadini sappiano è che quella sezione di Rebibbia è «una struttura all'avanguardia in Italia e che del tema delle mamme detenute con figli piccoli il suo dicastero si sta occupando».

Stop al carcere per le mamme detenute
Intanto, «mantenendo e cercando di migliorare la parte relativa alle mamme detenute» spiega Bonafede «che era contenuta nella riforma dell'ordinamento penitenziario fatta dal mio predecessore, garantendo un maggiore accesso alla detenzione domiciliare e con grande attenzione rispetto alla condizione tragica quale quella in cui un bambino si ritrova addirittura a nascere da una mamma che si trova in carcere». 

La palla al giudice di sorveglianza
E sempre «salvaguardando l»aspetto della sicurezza» dei cittadini: «Deve essere un giudice di sorveglianza a valutare quanto quella persona rappresenti una minaccia se fuori dal carcere, in un contesto di detenzione domiciliare. E a noi spetta far sì che, se il magistrato ritenga la detenzione necessaria a tutti gli effetti, ci siano tutte le garanzie perché il figlio della detenuta, che ha il diritto di stare vicino alla mamma, si trovi in una situazione più vicina possibile alla normalità».