Italia | La gabbia europea

Montanari al DiariodelWeb.it: «Lega e M5s hanno vinto non contro i migranti, ma contro l'euro»

L'ex autore televisivo di Gianluigi Paragone ha scritto il libro «¤uroinomani»: «I cosiddetti populisti sono contro questo modello d'Europa, e il popolo è con loro»

ROMA«Con 'L'ultima parola' e 'La gabbia', condotti da Gianluigi Paragone e di cui io ero autore, fummo i primi a portare in tv il dibattito sull'euro. E mi resi conto che, per quanto i nostri professori portassero argomentazioni sensate contro la moneta unica, la risposta degli ospiti era sempre 'Ci vuole più Europa'. Lì mi sono reso conto che l'euro crea dipendenza...». È nato così il neologismo «€uroinomani», che il giornalista Alessandro Montanari ha scelto come titolo del suo ultimo libro, pubblicato da Uno editore.

Alessandro, tu spieghi il successo internazionale dei sovranisti con la follia dell'euro e dell'impianto economico rigorista imposto dall'Europa, che i globalisti come Partito democratico e Forza Italia non hanno visto, o non hanno voluto vedere.
Addirittura la sinistra si è consacrata a questo modello. Voleva dimostrare di non essere più un partito socialista, ma aperto al mercato, e così ha abbracciato il neoliberismo. E provvedimenti come il jobs act sono stati il prezzo da pagare. Ovviamente tutto questo ha creato un problema, non solo con la base del partito, ma con tutti i ceti popolari: che, infatti, si sono messi a votare contro il vecchio schema destra-sinistra, e secondo il nuovo schema alto-basso, o meglio ancora popolo-elite. Così anche gli operai o i precari, ex di destra e di sinistra, si sono ritrovati a votare insieme gli stessi partiti, quelli che sentivano rappresentanti del popolo: Lega e Movimento 5 Stelle. Queste due forze, a loro volta, hanno superato le loro differenze, riconoscendo di avere una base popolare simile, e hanno finito per fare un governo insieme. Del resto il popolo aveva sancito chiaramente che la maggioranza di governo era quella, attribuendole una maggioranza del 50% che non si vedeva da tantissimo tempo. Per fortuna ci siamo arrivati. Superando anche gli steccati politici della contrapposizione tra fascisti e antifascisti, sulla quale si era fatto un gran chiasso in campagna elettorale anche se oggi non ha più senso: infatti le forze che si definiscono come fasciste hanno preso meno dell'1% alle elezioni.

Le opposizioni parlano un altro linguaggio, non avvertono proprio quanto questo tema abbia un impatto forte sulla vita quotidiana dei ceti più svantaggiati.
Un po' li capisco: in politica, così come nella vita, è sempre molto difficile ammettere i propri errori. Ma votarsi all'europeismo è stato uno sbaglio. Chi lo criticava è stato bollato come anti-europeista, ma in realtà non è contro l'idea di un'unione delle nazioni e dei popoli europei, bensì contro questo modello di Europa, in particolare quello economico del neoliberismo. Il trattato di Maastricht e l'euro hanno costretto tutti gli Stati ad applicarlo: per questo diventano una gabbia, che toglie la possibilità di fare una politica fiscale e industriale.

Persino una politica d'investimenti, banalmente.
Certo, perché tutto è condizionato all'applicazione dei trattati, a partire da quello del deficit/Pil, il famoso 3%. Nel libro lo dico: è una regola che tutti i nostri governanti hanno definito stupida o antiquata, ma a cui hanno deciso comunque di aderire acriticamente.

Quello che stupisce è che al coro degli europeisti si sia unito anche Silvio Berlusconi, che ha consegnato ad Antonio Tajani le chiavi di Forza Italia.
Lo trovo molto strano, perché ritengo che Berlusconi sia stato uno dei primi a capire il problema dell'Europa, ai tempi di Merkel e Sarkozy.

Sfido, lo mandarono via dalla presidenza del Consiglio!
Sì: ci ricordiamo tutti il famoso sorrisetto con cui lo fecero fuori. Lui poteva essere il primo Trump d'Europa, invece mi ha sorpreso molto che lui, grande imprenditore che ha sempre avuto fiuto politico, non abbia intuito che il futuro era questo. Capisco che l'etichetta di populismo fosse fastidiosa, per persone di una certa levatura sociale, ma si è dimostrata popolare ed è finita anche sulle prime pagine dei giornali. Sarebbe stato il caso di capire che i cosiddetti populisti non volevano distruggere tutto, ma archiviare un modello sbagliato e ricostruirne uno diverso. Obbedire all'Europa in virtù del nostro debito pubblico, come ha fatto la Grecia, non ci va più bene: è anche una rivendicazione di orgoglio nazionale, ma questo non significa diventare nazionalisti. C'è chi, anche in campagna elettorale, voleva '+Europa' e chi sosteneva 'Prima gli italiani'. Credo che questo sia abbastanza giusto.

Soprattutto che non ci sia più Europa a discapito dell'Italia.
Ti faccio un esempio: quello dei terremoti devastanti che purtroppo ci hanno colpito in questi anni. È mai possibile che non possiamo togliere le spese per la ricostruzione, che sono anche degli investimenti di tipo keynesiano, dal maledetto conteggio del rapporto deficit/Pil? Dobbiamo chiederlo e ci deve essere concesso. Quindi si capisce l'insofferenza del popolo italiano a questo continuo dover domandare, e sentirsi spesso rispondere di no, o al limite ottenere delle concessioni dello 0,1%. È un modello economico così cieco e sordo che ancora oggi fatica a capire come i risultati delle elezioni dipendano da questo. Più che dalla questione dell'immigrazione.

Visto l'atteggiamento che ha iniziato a tenere il governo in Europa, ma anche le risposte che hanno ottenuto, c'è del margine di manovra reale per cambiare questo modello economico?
Credo di sì: abbiamo dimostrato che adesso non andiamo più a domandare ma a porre dei problemi. E che, se non veniamo ascoltati, c'è una reazione sacrosanta. Inoltre hanno tutti molta paura delle elezioni europee del 2019, che saranno un confronto tra il versante di Macron, europeista e neoliberista, e quello di Salvini, per la prima volta un italiano, che si sta affermando come la voce polemica più forte. In quel caso i cosiddetti partiti populisti potrebbero affermarsi in modo molto netto, non solo in Italia. Ne deriverebbe l'esplosione di questo modello europeo, che se non butterà via anche le fondamenta su cui ricostruire, potrebbe essere addirittura salutare e creativa. La possibilità di costruire una nuova idea di Europa.