6 aprile 2020
Aggiornato 04:30
Banca Etruria

Presunte avances e veri conflitti di interessi: la vicenda Boschi e la democrazia avariata

Una storia vagamente boccaccesca, ma esemplare del degrado morale dove è finita l'Italia

La sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio dei ministri Maria Elena Boschi durante le registrazione del programma "Otto e Mezzo"
La sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio dei ministri Maria Elena Boschi durante le registrazione del programma "Otto e Mezzo" ANSA

ROMA - Si deve scendere a livelli minimi per affrontare la storia di Maria Elena Boschi, già ministro e oggi sottosegretaria, e del presidente di Consob, Giuseppe Carlo Ferdinando Vegas. Volano gli stracci, le allusioni e le accuse mascherate: la classe dirigente mostra il suo lato peggiore. Messaggi che si incrociano quando dovrebbero stare rigorosamente separati, inviti a casa ad ore improbabili, pressioni che per la carità non sono pressioni, piazzate televisive che non spiegano nulla, ma anzi rendono ancora più imbarazzante l’intero quadro.

Ghizzoni tace ancora
L’unico che dovrebbe parlare, nel senso che ha l’obbligo morale in questo momento, tace: Federico Ghizzoni, colui al quale – secondo quanto si legge nel libro di Ferruccio De Bortoli «Poteri forti (o quasi)» – si sarebbe rivolta l’allora ministra per aiutare il padre, vicepresidente di Banca Etruria. De Bortoli subirà un processo civile con maxi richiesta di risarcimento danni presentata da Maria Elena Boschi. Ghizzoni, ex amministratore delegato unico di Unicredit, nei prossimi giorni dovrà confermare presso la Commissione Banche se l’allora ministro gli abbia domandato di «valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria». Ghizzoni, con ogni probabilità, tenterà di barcamenarsi, anche perché se confermasse una richiesta così esplicita saremmo tutti di fronte al tracollo definitivo dello Stato, per altro già evidente. Maria Elena Boschi, come si evince dalle parole di Vegas, non ha mai utilizzato pressioni esplicite ma implicite. Non fosse altro per il fatto che egli stesso avrebbe taciuto per mesi una vicenda così grave.

Vegas, la Boschi e la colazione
Il capo di Consob è stato molto chiaro: con il passo felpato degli uomini di potere ha smentito per confermare le accuse e la ministra è finita crocifissa. La "vendetta" di Vegas si concretizza con queste parole: «Ho avuto modo di parlare della questione (di Banca Etruria, ndr) con l’allora ministro Boschi». E’ il suo ultimo giorno da presidente di Consob, aggiunge che Maria Elena Boschi espresse «un quadro di preoccupazione perché a suo avviso c’era la possibilità che Etruria venisse incorporata dalla Popolare di Vicenza e questo era di nocumento per la principale industria di Arezzo che è l’oro». Se tutto ciò è vero, è gravissimo. Un ministro non deve esprimere nessuna preoccupazione per una questione in cui lei è coinvolta. Può esserlo, ma deve tacere. Ovvero la fusione con Popolare di Vicenza avrebbe arrecato danno all’oro di Arezzo. Vicenza infatti è riconosciuta come capitale dell’industria orafa italiana con Arezzo. Da ciò nasceva la il timore espresso dall’allora ministra Boschi: lo spostamento della filiera produttiva orafa aretina. Ben più della banca, quindi.

La questione dell'oro
Timori che sono divenuti realtà. La gestione della fiera OroArezzo da aprile è in capo alla Fiera di Vicenza e Fiera di Rimini, che nel frattempo avevano costituito IEG. A questa «accusa» di Vegas l’attuale sottosegretaria – tardiva perché aveva l’obbligo di raccontare questa vicenda molto tempo fa - ha risposto con il dettaglio, si fa per dire, dell’invito ad un inusuale incontro mattutino casalingo. Il buon gusto non alberga più nella patria dell'eleganza. Un’allusione che sposta il punto dell’attenzione. Perché non è detto che un improbabile invito a casa, per quanto di cattivo gusto, possa essere un’avance. Piuttosto, ma qui entriamo all’interno del complottismo, Vegas potrebbe aver invitato la Boschi per farla chiacchierare. E lei, e anche questo non la salva, avrebbe dato libero sfogo alla lingua. Da qualsiasi punto si analizzi la questione ci si imbatte in un panorama di sciatteria.

Non rischia, ma la dice lunga su chi è
A questo punto, ricapitolando la vicenda sarebbe abbastanza chiara. Vegas invita la Boschi e lei gli parla della banca del padre. Durante una stravagante rissa televisiva con Marco Travaglio, Maria Elena Boschi gioca con le parole, sostenendo di non aver mai fatto pressioni. Indubitabile, come indubitabile sia che un ministro sia l’incarnazione di una pressione. Anche in questo caso, la strategia difensiva "non ho mai fatto pressioni ma ho solo chiesto" è deprimente tanto essa risulta debole. Per la legge italiana che regola il conflitto di interessi, si fa per dire, la Boschi in ogni caso non rischia nulla, dato che quando il suo governo si è riunito per parlare di banche, quattro volte, lei si è sempre astenuta. Ma è una difesa che diventa ammissione, anche se nel 2015 l’Autorità garante per la concorrenza, rispondendo a una richiesta del deputato Di Battista, del M5s, escluse il conflitto di interessi. Ma è la sua autoesclusione da questi contesti ufficiali a fungere da autoriconoscimento del conflitto di interessi, proprio perché la Legge Frattini riconosce il conflitto laddove un ministro «partecipa all’adozione di un atto». Io ho un interesse legato a quella banca, quindi non partecipo: questo è il messaggio implicito della Boschi. Ma allora perché il grande movimento al di là delle sedi istituzionali? Ora, tra pochi giorni si capiranno i contorni definitivi di questa vicenda sgangherata.

Degrado in ogni settore, democrazia avariata
Per ora il quadro mette in luce diversi aspetti. Un sistema bancario fuori controllo, soprattutto quello locale. Che dovrebbe essere legato al territorio mentre in realtà è solo la longa manus di politicanti locali. Una vera tragedia, una colpa gravissima che dà il via libera ai mega gruppi bancari, che portano avanti una brutale logica di profitto. Secondo: l’esistenza di una classe dirigente convinta di poter fare tutto ciò che si vuole nella piena impunità. Perfino le manovre più maldestre, che sconfinano nell’ingenuità. Un delirio di onnipotenza. Terzo: l’assenza di controlli in tempo reale, una zona grigia in cui le «colpe» non vengono denunciate, ma chiuse dentro cassetti, in dossier che poi vengono aperti al momento opportuno. Quarto: la lontananza dei cosiddetti «padroni del discorso», che, nonostante la potenza, e la copertura, non esercitano alcun controllo.

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