22 febbraio 2020
Aggiornato 18:00
Immigrazione

Migranti, Ong «ribelli» pronte a dare battaglia legale?

Dopo il no di molte Ong al Codice di Condotta proposto dal Governo e le minacce italiane ed europee di chiusura dei porti, alcune Organizzazioni si starebbero preparando a una battaglia legale

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ROMA - La bagarre che si è scatenata tra politica e organizzazioni non governative, a seguito del codice di condotta per il salvataggio in mare che molte di loro si sono rifiutate di firmare, potrebbe proseguire in sede legale. Gli avvocati, anzi, secondo quanto riportano i media, sarebbero già al lavoro. Si aspetta solo che Governo e Commissione Ue mettano effettivamente in pratica la minaccia diretta alle ong non firmatarie: e cioè che a queste ultime i porti rimangano chiusi. Qualcosina già si è mossa: la nave Iuventa della ong tedesca Jugend Rette è stata fermata dalla Guardia Costiera e fatta attraccare a Lampedusa. Bisogna attendere, però, che le eventuali contromosse alla «ribellione» delle ong divengano pratica assodata. Fonti vicine alle ong «ribelli» all'HuffPost si sono dette convinte che Roma agirà: «dopo aver minacciato, l'Italia non può stare ferma. Sarebbe uno smacco politico difficilmente sostenibile. Certo, speriamo sempre in un ripensamento da parte del ministro Minniti e del premier Gentiloni, ma i segnali che ci giungono da Bruxelles vanno in tutt'altra direzione». Anche perché uno smacco politico piuttosto pesante l'Italia l'ha già subito con il no dell'Ue a farsi carico di una redistribuzione dei migranti salvati da Roma. L'opinione pubblica non potrebbe reggere una resa anche di fronte alle organizzazioni internazionali.

Tra Roma e Bruxelles
Ora, l'Italia spera che l'Europa, perlomeno, le dimostri soldiarietà sul codice di condotta, agendo dunque nei confronti delle ong che non l'hanno firmato. Ong di diversa nazionalità, anche tedesche, che lo hanno ritenuto illegale. La portavoce della Commissione europea per Migrazione e Affari interni Natasha Bertaud assicura che l'elaborazione del Codice è stata fortemente sostenuta dalla stessa Commissione, che continuerà a farlo. E asserisce che il protocollo «assicurerà alle Ong che se aderiscono ad alcuni principi e standard operativi in linea con la legge internazionale, avranno la garanzia di accedere ai porti italiani». Lo stesso diritto, invece, non sarà assicurato dalle autorità italiane alle Ong non firmatarie. «Ma la legge internazionale continua ad essere valida in tutte le circostanze e richiede che la barca più vicina all'incidente faccia il salvataggio dei migranti e proceda ad un porto sicuro». E quello più sicuro, perché vicino, nella rotta mediterranea è il "Porto" italiano. Resta il fatto che, a sfidare Roma e Bruxelles, vi sono delle Ong di grande rilevanza internazionale, come Medici senza frontiere, che però è in buona compagnia. Secondo Therres des Hommes, ad esempio, «alcuni punti del codice delle Ong sono inammissibili e la loro applicazione un paradosso per le organizzazioni umanitarie che vengono costrette ad andare contro i loro stessi codici deontologici e contro i codici di comportamento del diritto umanitario e contro la prassi consolidata».

Per l'Italia una situazione difficile
Secondo l'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione (Asgi), la posizione dell'Italia è difficile, perché non potrà impedire molto facilmente alle navi di Ong straniere che hanno deciso di non sottoscrivere il Codice di attraccare nei nostri porti. E' lo stesso diritto internazionale e del mare a prevedere che i principi umanitari impongono di non schierarsi con istituzioni politiche e militari durante una crisi per non attirare ripercussioni dalla parte avversa, in questo caso i trafficanti. Inoltre, secondo esperti di diritto del mare consultati dall'HuffPost, «Né i trattati internazionali in materia né la prassi internazionale indicano in alcun modo l'esistenza di una competenza normativa dello Stato del porto relativamente alla navigazione di navi che abbiano svolto attività di ricerca e soccorso in alto mare e richiedano l'accesso al porto».

Presupposti per la battaglia legale
Difficile inoltre pretendere di regolamentare la condotta di navi straniere in aree non sottoposte alla giurisdizione italiana, perché questo costituirebbe una violazione del diritto internazionale e una lesione dei diritti dello Stato costiero o della bandiera. La stessa circostanza di «sbarrare l'accesso ai porti» a una nave con a bordo naufraghi (prima ancora che profughi) è una pratica vietata dai Trattati internazionali e dal diritto del mare. E respingere navi di migranti verso la Libia è vietato dal principio di non respingimento sancito dalla Convenzione di Ginevra. I presupposti per una battaglia legale, insomma, ci sono tutti.