Crisi Pd

Con Prodi Pisapia fonda il progressismo regressista: il «nuovo» Ulivo è servito

Si potrebbe pensare di riesumare la buonanima di Amintore Fanfani, democristiano che oggi potrebbe militare tranquillamente nella sinistra extra parlamentare: fece costruire le case popolari per milioni di italiani, e difese a spada tratta l’intervento dello stato nell’economia

Romando Prodi, Matteo Renzi e Giuliano Pisapia
Romando Prodi, Matteo Renzi e Giuliano Pisapia (Ansa/Giorgio Benvenuti, ANSA/L'UNITA.TV, ANSA/CESARE ABBATE,)

MILANO - Ciriaco De Mita, perché no? Un uomo di spessore politico, con una certa esperienza alle spalle, profondo conoscitore delle istituzioni, infinitamente più di sinistra di qualsiasi lìder maximo dei nostri giorni. E poi è un pensionato, si potrebbe perfino non dargli lo stipendio da primo ministro. Lo suggeriamo sommessamente a Giuliano Pisapia, stella della nuova sinistra moderna e progressista, addirittura radicale, che ha avuto l’entusiasmante idea di proporre Romano Prodi quale candidato della nuova coalizione di centrosinistra. Oddio, tutti i gusti vanno bene: in Cina si mangiano i cani, in Colombia le formiche sono fritte e gustate al posto della patatine. De gustibus non disputandum est, quindi anche un buon Prodi ultrastragionato è degno di nota e considerazione. Certo, per tutti coloro che hanno vissuto la tragica stagione prodiana, c’è da rimanere senza parole di fronte a un distaccamento dalla realtà così manifesto, in virtù del quale ci si pone sempre di fronte all’eterno enigma: sciatteria o ignoranza? Oppure è una boutade mediatica, di quelle che vanno di moda oggi per avere visibilità nel nulla delle piattoforme sociali. Il luogo più lontano dove la sinistra del lavoro, ovvero dove la sinistra dovrebbe stare: nella famosa «classe subalterna» di gramsciana memoria. Vabbè, Gramsci è morto ottant'anni fa, e quindi accontentiamoci dei salotti radical  e social. Ci sarà una ragione perché da anni, decenni, la classe lavoratrice si rifiuta di votare per la sinistra: l’importante è ignorarla e riproporre Prodi, quello che se lo citi a Mirafiori gli operai acchiappano al volto la chiave inglese perché ancora memori del famoso «cuneo fiscale». D’altro canto le liberalizzazioni prodiane si possono inquadrare come una delle molte benne che hanno scavato dentro la capacità di consumo della classe media. Non dimentichiamo che Romano Prodi, campione della sinistra di governo, è colui che ha distrutto l’Iri: per chi non lo conoscesse, e lo definisse «carrozzone statale», è bene ricordare che se non fosse stato per quel «mostro» l’Italia sarebbe rimasto un paese agricolo, e per molti versi non esisterebbe nemmeno la Fiat.

Il sogno: la democrazia cristiana
A voler essere proprio sicuri si potrebbe pensare di riesumare in qualche modo la buonanima di Amintore Fanfani, un democristiano che oggi potrebbe militare tranquillamente nella sinistra extra parlamentare: fece costruire le case popolari per milioni di italiani, e difese a spada tratta l’intervento dello stato nell’economia, la nazionalizzazione delle imprese strategiche, nonché piani infrastrutturali che portano il Paese dal medioevo alla modernità. Circola spesso in Italia la battuta: «Moriremo tutti democristiani». Ma di fronte all’evidenza dei giorni nostri tale lazzo verbale si manifesta più come un auspicio. Giuliano Pisapia è sicuramente un uomo onesto. Ma la sua strampalata su Romano Prodi quale prossimo candidato di un nuovo Ulivo è senza senso, e connota perfino una furbizia di fondo non troppo dissimulata. Non si sa come, non si sa da chi, l’ex sindaco di Milano – senza un partito o un’associazione alle spalle – è la nuova icona della sinistra di sinistra. Solo che in quel ginepraio ci sono i fuoriusciti dal Pd, cioè gli ex amici di Renzi: Bersani, D’Alema, Speranza. Lui, Pisapia, ovviamente con Renzi vuole andare: quindi prima si inventa l’idea delle primarie – il solito giochino di cui già si conosce l’esito – e poi, dato che tutti ridono, rilancia il buon Romano Prodi, da dieci anni riposto nel cassetto dei ricordi, dopo le fallimentari esperienze da capo del governo.

Blair vive sempre, solo in Italia
Ma, al di là dei nomi, il problema risiede nell’impianto ideologico di questa tragica nuova sinistra, così vecchia e impolverata da apparire stucchevole. Incapace di abbandonare, anche solo minimamente, l’impianto teorico di Anthony Giddens inerente la terza via, fatta proprio da Blair, Clinton e nipotini: ovvero il neo libersimo sfrenato che si trasforma in globalizzazione del commercio e della concorrenza sleale. Il mito assurdo della competitività, che a ben guardare altro non è che la legge di chi delle regole se ne disinteressa. Questo è il vero motore ideologico che scandisce la marcia, tutt'altro che trionfale, della nuova sinistra ultraliberista. Il primo a snobbare il tentativo di Pisapia è stato proprio Renzi, consapevole che l’ex sindaco di Milano non ha alcun seguito. L’idea di rifare l’Ulivo in salsa prodiana è stata coerentemente respinta da segretario del Partito Democratico: si deve apprezzare l’onestà di Matteo Renzi, in questa caso. Pisapia gli offre su un piatto d’argento la testa di tutti i suoi ex nemici, ma lui la respinge. Anzi, grazie a Pisapia il Partito Democratico, e quindi Matteo Renzi, riuscirebbe ad entrare dentro una parte importante della coalizione che ha affossato la sua riforma costituzionale.